The Vegetarian Chance

So I am living without fats, without meat, without fish, but am feeling quite well this way. It always seems to me that man was not born to be a carnivore."(Albert Einstein) August 3, 1953


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Il disagio umano nei film del Festival di Locarno

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Dal film kazhako Sea tomorrow: la landa desertica prodotta dal prosciugamento del lago d’Aral e dove forse potrebbe tornare l’acqua

“Non abbiamo più molto tempo per cambiare il nostro stile di vita”. A dirlo alla 69esima edizione Festival del film di Locarno è stato Ken Loach. Di fronte a un folto pubblico giunto ad omaggiarlo per la sua carriera e il suo film Daniel Blake, proiettato in Piazza Grande, Ken Loach non si è limitato a parlare di cinema. Prendendo spunto dal suo film, Palma d’oro a Cannes, ha spiegato come nelle società capitaliste occidentali il concetto di solidarietà sia stato abbandonato dalla politica in favore dell’efficienza economica e del profitto. Daniel Blake, disoccupato e malato di cuore, non riceve dallo stato inglese nessun aiuto per vivere. La sua dignità di uomo e cittadino è ferita. Si difende con la solidarietà, quella che dà e riceve a una giovane mamma di due bambini senza lavoro e anch’essa vittima di un sistema burocratico senza cuore e senz’anima. Loach ha sottolineato come ormai lo sfruttamento indiscriminato delle risorse, un divario sociale sempre più ampio, il riscaldamento globale stiano spingendo l’umanità verso Daniel Blake fotoun futuro drammatico. Non può essere una colpa essere poveri e spetta ai giovani prendere in mano il proprio futuro come cerca di fare nel suo film Katie con i suoi figli Daisy e Dylan. Un messaggio dello stesso tenore arriva dal film Zavtra more (Sea tomorrow) della regista kazhaka Katerina Suvorova presentato nella sezione La settimana della critica. «Vi apro una finestra sul lago d’Aral, un luogo dove forse non andrete mai, ma che val la pena di conoscere», ha detto Katerina al pubblico prima della proiezione. E le sue immagini parlano benissimo da sole. Raccontano di un luogo desolato, dove il lago di una volta non c’è quasi più, sostituito da una landa desertica incoltivabile per la sua alta salinità e da un accumulo enorme di rottami di navi abbandonate e rifiuti di ogni genere. La causa del suo progressivo prosciugamento è stato ai tempi dell’URSS l’iper sfruttamento a fini agricoli dei suoi affluenti, Amu Darya and Sry Daria. Il lago prosciugato non è stato però abbandonato dai kazhaki. Il documentario ci mostra un gruppo di uomini impegnato nel recupero dei rottami arrugginiti, pirati che vivono in un relitto, un vecchio giardiniere che cerca di piantare alberi nel suolo marino, un’idrobiologa che quotidianamente analizza il fango del fondale marino. E proprio quest’ultima non ha perso la speranza che il lago torni ad essere quello che era. «Dobbiamo trovare un equilibrio tra la nostra percezione dell’ambiente e la sua realtà. La nostra vita è breve e l’ambiente ha tempi lunghi», dice riferendosi al fatto che per recuperare il lago d’Aral ai suoi antichi fasti ci vorrà tempo. Intanto qualcosa è stato fatto a nord nel piccolo Aral, che nel 1987 si è diviso dal grande Aral a sud. Grazie a una diga l’afflusso di acqua è stato in parte ripristinato: sono tornati i pesci, l’acqua è quasi potabile, in futuro si potrà riaprire il porto di Aralsk e il giardinere sogna un resort per i turisti. E la stessa regista Katerina Suvurova avvolge in un abbraccio i suoi eroi. Dedicato a chi non ha smesso di lottare, scrive in cima ai titoli di coda. Di voglia di lottare, ma a modo suo, ne ha molta il ribelle adolescente protagonista del film franco/belga Vincent and the end of the world, presentato in Piazza Grande e diretto da Christophe Van Rompaey. A 17 anni Vincent, è già molto edotto sui temi del riscaldamento globale,dello sfruttamento indiscriminato delle risorse, delle multinazionali asservite alla cultura del profitto senza morale. Agisce con altri coetanei, ma è insoddisfatto di una protesta fine a sé stessa. Per questo pensa di suicidarsi e di immolarsi così sull’altare degli ideali in cui crede. I suoi tentativi vanno a vuoto e fanno impazzire la famiglia, che non lo capisce.

Vincent foto

Vincent con la zia, con la quale scappa a Parigi

Crede di trovare in una zia parigina un po’ snob un’adulta più comprensiva, ma si sbaglia. Lui, però, tira dritto, sgonfia le gomme ai Suv, che inquinano, si proclama vegano e butta nella spazzatura piatti di carne offerti nei banchetti, non esita a criticare i capitalisti che si trova di fronte. E alla fine capisce che il futuro è suo e che potrà prenderlo in mano senza bisogno di suicidarsi. Vincent ripropone il tema del dialogo a volte difficile tra generazioni e indica come per cambiare stile di vita ci voglia coraggio e capacità di rimettersi in discussione. Da notare come Vincent parta da Ghent, la città più vegetariana d’Europa e arrivi a Parigi, la capitale della grande cucina francese tradizionale, dove il vegetarianismo fatica a trovar spazio. Vegetariani come Vincent sono anche i giovani protagonisti del film israeliano Anashim shehem lo anì (Le persone che non sono me) presentato nella sezione Signs of life, diretto e interpretato da Hadas Ben Aroya. Anashim she em lo anì Il tema centrale qui, però, non è il cibo, ma il sesso, che Joy, più che ventenne, pratica in modo disinibito senza però trovare un partner, che la capisca. Lei come gli uomini che incontra è molto autoreferenziale, alla ricerca di un posto nella società. Il suo lavoro, il suo appartamento e le sue relazioni sono precarie. Ha scelto di essere vegetariana, ma al cibo dedica poca attenzione. La sua ricerca di certezze si chiude alla fine del film col tentativo di recuperare il rapporto col suo ex. Dai film di Locarno giungono messaggi di allarme sui destini del mondo e delle nuove generazioni, ma anche la certezza che le soluzioni sono a portata di mano. E una di queste è preservare la nostra sopravvivenza diventando vegetariani come pensava la comunità del Monte Verità e The Vegetarian Chance che è stata costituita qui vicino, a Maggia.


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A Milano Antonio Zaccardi, a New York Massimo Bottura: il pensiero di Pietro Leemann

TVC 2016 Sauro Ricci e Pietro Leemann

Pietro Leemann con il sous chef del Joia Sauro Ricci

Domenica 12 alla finale del concorso The Vegetarian Chance, che si è svolto presso il Mudec nel ristorante dell’amico Enrico Bartolini, l’ha spuntata Antonio Zaccardi, chef del Piazza Duomo di Alba, con due piatti degni di un tre stelle. Secondo classificato Lennart Van Weert, un vulcanico e giovane chef olandese che l’ha tallonato da vicino. In concomitanza a New York la premiazione dei 50 best che ha visto primo in classifica l’amico Massimo Bottura. Lo seguo da molti anni, dalla sua trattoria gourmet  “la Francescana” zero stelle fino alla sua impressionante ascesi nel limbo dei grandi della cucina.

Beh, evidentemente ci sa fare sotto ogni punto di vista. I fornelli non bastano, ci vuole un connubio di buon servizio, di buon lavoro rispetto all’immagine e importanti relazioni con i media e il mondo internazionale. Chapeau quindi! Saperlo in vetta mi riscalda il cuore, soprattutto perché è davvero una brava persona, disponibile e disposta a investire sull’affermazione del made in Italy. Scorrendo la classifica al secondo posto i fratelli Roca (Jordi poco tempo fa è stato a mangiare al Joia, invitato da Callebaud e da Davide Oldani). Al 17simo posto Enrico Crippa, assieme ad Alain Passard il più vegetariano nel gotha delle classifiche. Non per nulla Antonio Zaccardi ha vinto il nostro concorso. Al 39 posto Massimiliano Alaimo, anche in questo caso il suo chef, alla “Montecchia”, Tommaso Segato era in finale con due piatti eccezionali. Tra i primi 50 anche il genio Davide Scabin, assieme a Enrico Crippa per me il miglior vegetariano del mondo dei cuochi onnivori (Alain Passard non l’ho ancora provato). Anche se devo dire che nell’alta ristorazione si fa molto in tal senso.  Nella maggior parte dei ristoranti di questa classifica tipo Noma, ma anche altri come Andrea Berton,  che ho visitato,  hanno menu veg a un livello notevole. Dei 50 Best mi piace molto il carattere internazionale anche extraeuropeo, molti sudamericani e qualche asiatico. Anche se rimango convinto che la cucina più alta oggi si svolga in Giappone, troppo poco presente nei conteggi. Il vero salto di qualità avverrà quando nella lista si considererà, oltre all’aspetto del buono e dello straordinario, quello del rispetto del pianeta e di tutti gli esseri che lo abitano. Che solo saltuariamente dovrebbero abitare i nostri piatti. Bella questa sinergia, si vede che con The Vegetarian Chance vediamo lontano. Noi naturalmente con mezzi artigianali e molta buona volontà. loro con mezzi infiniti. La sostanza conta, però, e chi la mantiene alla lunga è premiato. Mi immagino un successo crescente e tanti piatti vegetariani nei ristoranti. Evviva!

A presto e in tanti

Pietro Leemann

TVC 2016 Partner


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Zaccardi e il pubblico: i vincitori

TVC 2016 la premiazione di Antonio Zaccardi

La premiazione di Antonio Zaccardi con alla sua sinistra Gabriele Eschenazi e Pietro Leemann, ideatori del concorso

Antonio Zaccardi e il pubblico sono i vincitori di The Vegetarian Chance, terza edizione Di fronte a oltre 150 persone nella sala Khaled al-Asaad del MUDEC a Milano Antonio Zaccardi si è laureato vincitore della terza edizione del concorso The Vegetarian Chance ed è stato premiato da Pietro Leemann e Gabriele Eschenazi, fondatori del concorso. Zaccardi, sous chef al ristorante Piazza Duomo di Alba, ha presentato Rosso, una rivisitazione degli spaghetti al pomodoro e Tacos di mandorle, una sua creazione a base di frutta secca e profumi di zafferano, fiori ed erbe. La presentazione, la sostenibilità, il valore nutrizionale, il gusto hanno convinto la giuria, che l’ha premiato all’unanimità. Al secondo posto è arrivato l’olandese Lennart van Weert, che ha presentato un primo piatto molto composito e dal titolo esplicativo Fresco dalla terra nella mani dello chef. Due piatti in uno: nel primo asparagi bianchi, che emergono dalla “terra”, nel secondo un variegato insieme di erbe unite a perle di tapioca e anelli di patata. Il secondo piatto di Lennart è stato Iniziare dalla mia terra e poi lasciare la mia mente libera di spaziare: un caviale di melanzane delicatamente avvolto in ravioli a base di farina e farina di ceci. Lennart, che lavora nell’hotel Sandton Chateau de Raay, era giunto dall’Olanda in auto con tutti i vegetali da lui raccolti personalmente. Una menzione speciale per la sostenibilità è stata attribuita dalla giuria al giapponese Okuda Masayuki del ristorante Al-checciano di Tsuruoka. Okuda ha proposto Profumo del bosco: un insieme di cinque funghi diversi per sapori e consistenze uniti a spaghetti italiani. Particolare e presentata in un contenitore molto estetico è stata la seconda creazione di Okuda, Caponata cruda, verdure tagliate con spessori di millimetri e condite con la “bava” degli okra e pochissimo olio di oliva e sale. Molto alto anche il livello di tutti gli altri concorrenti che hanno fatto scoprire ai giudici e al pubblico tradizioni gastronomiche poco conosciute come Basolu, la zuppa di ceci di Fabio Vacca (Punta Caneddi) o diverse interpretazioni di piatti conosciuti come il Risotto con asparagi di Tommaso Segato (La Montecchia Alajmo) e le orecchiette fresche con finti pomodorini di pomodoro di Andrea Ferrucci (Marcelin). Gianfranco Ceccato (Osteria Zanzibar), già in finale lo scorso anno quando ebbe una menzione per il suo impegno sociale, ha presentato Wild Piramid, dove il riso rosso si combinava con cannellini, fiori ed erbe. L’unica donna in gara quest’anno, Sabina Joksimovic (Venissa), serba, ha proposto Non è liquida, una zuppa di zucchine alle erbe e lenticchie rosse, molto delicata e colorata con gnocchi della sua terra a base di semolino, farina di riso, farina di grano saraceno e patate. Tutti i piatti nella gallery di Yoshie Nishikawa.