The Vegetarian Chance

Nothing will benefit human health and increase chances of survival for life on earth as much as the evolution to a vegetarian diet (Albert Einstein)

Il disagio umano nei film del Festival di Locarno

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seatomorrow

Dal film kazhako Sea tomorrow: la landa desertica prodotta dal prosciugamento del lago d’Aral e dove forse potrebbe tornare l’acqua

“Non abbiamo più molto tempo per cambiare il nostro stile di vita”. A dirlo alla 69esima edizione Festival del film di Locarno è stato Ken Loach. Di fronte a un folto pubblico giunto ad omaggiarlo per la sua carriera e il suo film Daniel Blake, proiettato in Piazza Grande, Ken Loach non si è limitato a parlare di cinema. Prendendo spunto dal suo film, Palma d’oro a Cannes, ha spiegato come nelle società capitaliste occidentali il concetto di solidarietà sia stato abbandonato dalla politica in favore dell’efficienza economica e del profitto. Daniel Blake, disoccupato e malato di cuore, non riceve dallo stato inglese nessun aiuto per vivere. La sua dignità di uomo e cittadino è ferita. Si difende con la solidarietà, quella che dà e riceve a una giovane mamma di due bambini senza lavoro e anch’essa vittima di un sistema burocratico senza cuore e senz’anima. Loach ha sottolineato come ormai lo sfruttamento indiscriminato delle risorse, un divario sociale sempre più ampio, il riscaldamento globale stiano spingendo l’umanità verso Daniel Blake fotoun futuro drammatico. Non può essere una colpa essere poveri e spetta ai giovani prendere in mano il proprio futuro come cerca di fare nel suo film Katie con i suoi figli Daisy e Dylan. Un messaggio dello stesso tenore arriva dal film Zavtra more (Sea tomorrow) della regista kazhaka Katerina Suvorova presentato nella sezione La settimana della critica. «Vi apro una finestra sul lago d’Aral, un luogo dove forse non andrete mai, ma che val la pena di conoscere», ha detto Katerina al pubblico prima della proiezione. E le sue immagini parlano benissimo da sole. Raccontano di un luogo desolato, dove il lago di una volta non c’è quasi più, sostituito da una landa desertica incoltivabile per la sua alta salinità e da un accumulo enorme di rottami di navi abbandonate e rifiuti di ogni genere. La causa del suo progressivo prosciugamento è stato ai tempi dell’URSS l’iper sfruttamento a fini agricoli dei suoi affluenti, Amu Darya and Sry Daria. Il lago prosciugato non è stato però abbandonato dai kazhaki. Il documentario ci mostra un gruppo di uomini impegnato nel recupero dei rottami arrugginiti, pirati che vivono in un relitto, un vecchio giardiniere che cerca di piantare alberi nel suolo marino, un’idrobiologa che quotidianamente analizza il fango del fondale marino. E proprio quest’ultima non ha perso la speranza che il lago torni ad essere quello che era. «Dobbiamo trovare un equilibrio tra la nostra percezione dell’ambiente e la sua realtà. La nostra vita è breve e l’ambiente ha tempi lunghi», dice riferendosi al fatto che per recuperare il lago d’Aral ai suoi antichi fasti ci vorrà tempo. Intanto qualcosa è stato fatto a nord nel piccolo Aral, che nel 1987 si è diviso dal grande Aral a sud. Grazie a una diga l’afflusso di acqua è stato in parte ripristinato: sono tornati i pesci, l’acqua è quasi potabile, in futuro si potrà riaprire il porto di Aralsk e il giardinere sogna un resort per i turisti. E la stessa regista Katerina Suvurova avvolge in un abbraccio i suoi eroi. Dedicato a chi non ha smesso di lottare, scrive in cima ai titoli di coda. Di voglia di lottare, ma a modo suo, ne ha molta il ribelle adolescente protagonista del film franco/belga Vincent and the end of the world, presentato in Piazza Grande e diretto da Christophe Van Rompaey. A 17 anni Vincent, è già molto edotto sui temi del riscaldamento globale,dello sfruttamento indiscriminato delle risorse, delle multinazionali asservite alla cultura del profitto senza morale. Agisce con altri coetanei, ma è insoddisfatto di una protesta fine a sé stessa. Per questo pensa di suicidarsi e di immolarsi così sull’altare degli ideali in cui crede. I suoi tentativi vanno a vuoto e fanno impazzire la famiglia, che non lo capisce.

Vincent foto

Vincent con la zia, con la quale scappa a Parigi

Crede di trovare in una zia parigina un po’ snob un’adulta più comprensiva, ma si sbaglia. Lui, però, tira dritto, sgonfia le gomme ai Suv, che inquinano, si proclama vegano e butta nella spazzatura piatti di carne offerti nei banchetti, non esita a criticare i capitalisti che si trova di fronte. E alla fine capisce che il futuro è suo e che potrà prenderlo in mano senza bisogno di suicidarsi. Vincent ripropone il tema del dialogo a volte difficile tra generazioni e indica come per cambiare stile di vita ci voglia coraggio e capacità di rimettersi in discussione. Da notare come Vincent parta da Ghent, la città più vegetariana d’Europa e arrivi a Parigi, la capitale della grande cucina francese tradizionale, dove il vegetarianismo fatica a trovar spazio. Vegetariani come Vincent sono anche i giovani protagonisti del film israeliano Anashim shehem lo anì (Le persone che non sono me) presentato nella sezione Signs of life, diretto e interpretato da Hadas Ben Aroya. Anashim she em lo anì Il tema centrale qui, però, non è il cibo, ma il sesso, che Joy, più che ventenne, pratica in modo disinibito senza però trovare un partner, che la capisca. Lei come gli uomini che incontra è molto autoreferenziale, alla ricerca di un posto nella società. Il suo lavoro, il suo appartamento e le sue relazioni sono precarie. Ha scelto di essere vegetariana, ma al cibo dedica poca attenzione. La sua ricerca di certezze si chiude alla fine del film col tentativo di recuperare il rapporto col suo ex. Dai film di Locarno giungono messaggi di allarme sui destini del mondo e delle nuove generazioni, ma anche la certezza che le soluzioni sono a portata di mano. E una di queste è preservare la nostra sopravvivenza diventando vegetariani come pensava la comunità del Monte Verità e The Vegetarian Chance che è stata costituita qui vicino, a Maggia.

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