The Vegetarian Chance

Nothing will benefit human health and increase chances of survival for life on earth as much as the evolution to a vegetarian diet (Albert Einstein)


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La rivoluzione del cibo di Cook Corriere Della Sera non è vegetale

La copertina di Cook di dicembre e a sinistra Massimo Bottura e sua moglie Lara Gilmore. Via: https://cucina.corriere.it/

Nel suo numero prenatalizio Cook, il supplemento del Corriere Della Sera, ha presentato i suoi 50 rivoluzionari del cibo e ne ha spiegato così i criteri di scelta: I rivoluzionari del cibo non solo chef ma anche produttori, fotografi, attivisti e scrittori. Sono personaggi che in tutto il mondo, grazie al proprio lavoro, stanno tentando di cambiare il settore. Seguendo, soprattutto, tre linee guida: la salvaguardia dell’ambiente, l’impegno sociale e la capacità di narrare il cibo. Ecco i 50 scelti dalla redazione di Cook, inserto mensile del Corriere della Sera”. Il servizio è tanto interessante quanto discutibile nelle scelte che la redazione ha deciso di fare. Se è vero che il rinnovamento del cibo significa anche una sua migliore ridistribuzione, minori sprechi, una narrazione più completa, non si può ignorare che la rivoluzione più forte ed efficace per salvaguardare ambiente, salute e equità nutrizionale sia quella vegetale. È dunque singolare che tra i 50 rivoluzionari non sia stato incluso alcun personaggio, che promuove l’alimentazione vegetale come la prima e necessaria rivoluzione nel nostro approccio al cibo.

Angela Frenda, responsabile editoriale di Cook. Via: http://www.dailyonline.it

L’attenzione è stata rivolta a chi propone soluzioni allo spreco, a chi valorizza cucine antiche (e magari obsolete) e locali, a chi si spende per i poveri e le donne discriminate, e infine anche a chi promuove la carne di qualità come l’italiano Roberto Costa con la sua catena di ristoranti Macellaio RC. Lo chef americano Josè Andrès, merita una menzione a parte dato che con la sua associazione World Central Kitchen ha provveduto a sfamare le vittime dei disastri naturali. Un’iniziativa meritoria, che però non cancella la necessità di domandarsi come mai questi disastri avvengano con sempre maggiore frequenza e violenza.  Il cambiamento climatico è la prima risposta. Ma la seconda è l’inquinamento. E una delle fonti di questo inquinamento è l’agricoltura industriale, gli allevamenti intensivi, la deforestazione diffusa per far posto a monocolture e campi coltivati a foraggi per animali. Non si può dunque parlare di rivoluzione nel cibo senza rendersi conto che i consumi di prodotti animali debbano essere abbandonati a favore di quelli vegetali. Non è dato sapere come mai lsabella Fantigrossi, autrice dell’inchiesta di Cook, abbia evitato ogni riferimento a vegetarianismo e veganismo. Si è probabilmente trattato di una dimenticanza, una sorta di lapsus freudiano, che lascia intuire un’insensibilità al tema, peraltro non raro sulla stampa specializzata in gastronomia. La rivoluzione paventata da Cook è di fatto palesemente incompiuta e non rispondente alla realtà.

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Il World Economic Forum ci mette a dieta per salvare il clima

Riprendendo un approfondito articolo di Nature anche il World Economic Forum ammette che per ridurre i cambiamenti climatici serve cambiare le abitudini alimentari e diventare almeno flexitariani. La passività diffusa dei governanti in tutto il mondo di fronte a questo tema è sempre più incomprensibile. La chiara connessione tra ambiente e cibo è misconosciuta. Si preferisce parlare di obesità e malnutrizione che pure sono temi reali, ma non basta. Una giusta tassa sulle bevande gassate piuttosto che la diffusione di generiche linee guida nutrizionali aiutano, ma non vanno alla radice del problema, che è di fatto molto più complesso e riguarda nell’insieme consumi, abitudini, produzione agricola e industriale, politiche economiche. Di seguito la traduzione dell’articolo leggibile qui in originale.

Se sostituissimo hamburger di manzo e sandwich al bacon in favore di alternative vegetariane per gran parte della settimana, potremmo ridurre le emissioni di gas serra di oltre la metà. Così dicono gli scienziati secondo un nuovo studio pubblicato su Nature, che predice come nel 2050, attenendoci tutti a una dieta a base vegetale, con una sola porzione di carne rossa alla settimana, potremmo ridurre le emissioni di gas serra del 56%. Il rapporto ha rilevato che attenersi a una “dieta flessibile” è una delle tre strade possibili per limitare l’impatto del sistema alimentare sui cambiamenti climatici, sulla scarsità di acqua e sull’inquinamento decenni. Le altre due sono: migliorare tecnologie e gestione, ridurre gli sprechi alimentari.

La dieta flessibile suggerita dagli scienziati prevede:

Almeno 500 g al giorno di frutta e verdura di diversi colori e gruppi (composizione determinata dalle preferenze regionali)
Almeno 100 g al giorno di fonti proteiche vegetali (legumi, soia e noci)
Quantità modeste di proteine a base animale, come pollame, pesce, latte e uova
Quantità limitate di carne rossa (una porzione alla settimana), zucchero raffinato (meno del 5% dell’energia totale), oli vegetali ad alto contenuto di grassi saturi (in particolare olio di palma) e cibi amidacei con un indice glicemico relativamente alto.

Secondo la FAO, i gas serra derivanti dal bestiame rappresentano il 15% delle emissioni totali del mondo. Di questi, i bovini (allevati sia per la carne che per il latte) sono i più i maggiori colpevoli, visto che rappresentano il 65% delle emissioni del settore zootecnico. Il mercato globale della carne vale attualmente circa 90 miliardi di dollari, ma ci sta costando molto di più in termini di salute e potrebbe persino ucciderci. Secondo le nuove stime dell’Università di Oxford, entro il 2020 il consumo di carne rossa e trasformata sarà responsabile di 2,4 milioni di morti e 285 miliardi di dollari in costi relativi all’assistenza sanitaria. Se fossero introdotte tasse sulle carni lavorate, secondo i ricercatori il consumo scenderebbe di circa due porzioni alla settimana nei paesi ad alto reddito e del 16% a livello globale.

David Yeung

David Yeung, co-fondatore e CEO di Green Monday e uno degli imprenditori sociali del World Economic Forum 2018 è dietro un’ondata di persone che hanno scelto di mangiare meno carne. Da quando ha lanciato la sua impresa sociale a Hong Kong nel 2012, oltre 1,6 milioni di persone hanno adottato una dieta flessibile almeno un giorno alla settimana per migliorare la propria salute e ridurre la propria impronta di carbonio. Nel novembre 2018, Yeung e il suo team hanno lanciato il Green Monday a Singapore, con l’intenzione di estenderlo ad altri paesi nel Sud-est asiatico l’anno prossimo. «Flexitarianism, reducetarianism o Green Monday è la stessa idea», dice Yeung.«È importante sostenere le persone che provano una dieta vegetale anche solo per un pasto alla settimana». L’industria dei sostituti della carne è un grande business. A livello globale, se ne prevede una crescita fino a un valore di circa 5,8 miliardi di dollari entro il 2020, (4,3 miliardi di dollari nel 2018). Yeung gestisce la catena di caffetterie Green Common e ha creato un menu di ispirazione vegetariana che viene utilizzato in 2.000 scuole e mense aziendali in oltre 30 paesi, compresa la sua Columbia University. È convinto che l’adozione di modelli alimentari più sani richiederà tempo e spiega: «Una volta che la porta si schiuderà davanti a loro e avranno sperimentato da soli il lato verde dell’universo culinario seguendo un loro ritmo saliranno al livello successivo della nutrizione a base vegetale. È come correre una maratona. Nessuno che non ha mai corso può all’improvviso completare un’intera maratona. S’inizia prima con 10 km e poi con mezza maratona». Yeung mette anche in guardia contro la tendenza a esercitare un’eccessiva pressione sulle persone per indurle a rinunciare del tutto alla carne e afferma: «Se adottiamo la filosofia del tutto o niente la maggior parte delle persone potrebbe semplicemente decidere di rinunciare lasciandosi andare alla propria inerzia o conformandosi al proprio ambiente sociale o famigliare».