The Vegetarian Chance

Nothing will benefit human health and increase chances of survival for life on earth as much as the evolution to a vegetarian diet (Albert Einstein)


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Il confinamento insegna: il cibo economico è costoso

Foto di Alexas_Fotos da Pixabay

Il confinamento, che ha stravolto abitudini e limitato libertà, ha anche messo l’opinione pubblica e i governi di fronte a verità scomode e fino a poco tempo prima snobbate in nome di uno sviluppo economico non sostenibile. E queste verità hanno riguardato la produzione di cibo, ma anche più in generale la nostra assuefazione al consumo sfrenato. Eccone dieci sulle quali riflettere.

🌎 Gli allevamenti intensivi di animali immettono nell’atmosfera più polveri sottili del traffico veicolare.

🌎 Nei mattatoi come dimostrano i casi eclatanti in Usa e Germania, lavorano persone sfruttate ed esposte al contagio senza garanzie per consentire un’offerta di carne a basso costo

🌎 Un sistema produttivo centralizzato studiato per essere economico è in realtà fragile e una volta inceppato può essere causa di penuria di generi alimentari. Stava succedendo negli Usa. Lo ha spiegato Michael Pollan in un suo intervento.

Foto di Mylene2401 da Pixabay

🌎 Il rapporto tra consumatori e produttori locali è fondamentale per garantire cibo di qualità, a km 0 e salvaguardare la biodiversità contro le monoculture intensive, che impoveriscono i suoli e richiedono ampio uso di pesticidi e fertilizzanti

🌎 Gli animali d’allevamento possono essere facilmente veicolo di nuovi contagi come dimostra il nuovo G4 virus scoperto recentemente in Cina e che deriva dall’influenza suina del 2009

🌎 La resistenza agli antibiotici (10mila morti all’anno in Italia, 33mila in Europa. Fonte ISS) può essere la prossima emergenza. Nella carne degli animali gli antibiotici sono presenti in gran quantità e chi la consuma li ingerisce inconsapevolmente

🌎 La carne economica è molto costosa. Per l’ambiente, per la salute. Il suo prezzo al dettaglio non è reale e deve salire

🌎 I prodotti vegetali semplici o trasformati in modo salutare possono sostituire quelli animali soddisfando anche il gusto

🌎 L’emergenza climatica non può che far aumentare i rischi di pandemia stravolgendo gli equilibri della natura come avviene, ad esempio, con l’erosione del permafrost, la desertificazione, la distruzione delle foreste e con esse dell’habitat di milioni di specie viventi

🌎 La globalizzazione deve diventare un’alleanza di popoli per preservare il Pianeta e non una porta aperta a speculazione e sfruttamento dell’uomo sull’uomo e dell’uomo su animali e piante.

Safran Foer al Joia durante l’intervista per TVC 2019

Le riflessioni di Safran Foer

Il tema del cambiamento post pandemia è stato affrontato dallo scrittore Safran Foer in un forum della Cineteca di Gerusalemme e del quotidiano israeliano Haaretz: Avere tutto quello che vogliamo non è possibile. Ce lo dice la Terra. Non possiamo vivere costantemente sulle spalle di qualcun altro. Forse non possiamo capire che lavarci le mani in Usa o in Europa può salvare un abitante del Bangladesh, ma capiamo molto bene che se non ci laviamo le mani possiamo morire noi o i nostri cari. Avviene così che abbiamo molta più paura del Covid-19 che non dell’emergenza climatica, che è molto più pericolosa. Siamo egoisti e lo sappiamo” ha detto Foer, che poi ha aggiunto: Dobbiamo uscire dall’ideologia. Di mangiare meno carne ce lo impongono la scienza e la realtà così come ci impongono di produrre meno inquinamento e porre un freno alla sovrappopolazione. Se ci viene naturale non rubare in un negozio dovrebbe venirci naturale anche non rubare al Pianeta. I valori vegetariani non sono valori di altri. Sono valori di tutti: di chi è di destra o di chi è di sinistra, di chi è credente o di chi non lo è, di chi è ricco e di chi è povero. Evitare la crudeltà verso gli animali, la distruzione dell’ambiente, la diffusione dei virus sono concetti validi per tutti. E a breve al ristorante la “Meat option” sostituirà la “Veg option” oggi già non più al passo con i tempi.

 

 

 

 

 

 

 


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Il loro cibo era incontaminato, lavoravano poco, erano in salute. I primitivi raccontati da Fausto Gusmeroli

Il professor Fausto Gusmeroli presenta il suo libro Ridiventare primitivi a TVC 2019 da EDIT a Torino lo scorso 11 ottobre

Dare del “primitivo” a una persona è generalmente considerata un epiteto più o meno bonario per definire una persona poco evoluta e poco educata. Si tratta in realtà di un errore dettato dall’ignoranza e dallo stereotipo che abbiamo sui nostri antenati. Conoscerne meglio abitudini, etica e principi ci può sorprendere e insegnare molto per la realtà, che viviamo oggi. A colmare questa lacuna nelle nostre conoscenze provvede il libro Ridiventare primitivi (Aracne editrice, 9 euro, 84 p) del professor Fausto Gusmeroli, ricercatore presso la Fondazione Fojanini di Studi Superiori di Sondrio e docente in Ecologia agraria presso l’Università degli Studi di Milano. Gusmeroli ha presentato il suo libro all’ultima edizione del Festival The Vegetarian Chance a Torino l’11 ottobre. Il suo racconto scientifico è appassionante e riesce a creare un’inaspettato filo conduttore tra una civiltà priva di tecnologia e un’altra invece da essa dominata. Gusmeroli non crea contrapposizione tra due epoche molto diverse, ma piuttosto ci ricorda che tecnologia o meno le nostre necessità interiori sono rimaste le stesse. Esiste come allora per noi esseri umani, animali sociali, l’urgenza di trovare un equilibrio nella convivenza recuperando principi, che abbiamo trascurato come solidarietà, uguaglianza, libertà e democrazia. “Lo sviluppo tecnologico porta l’illusione dell’affrancamento da ogni costrizione e l’impronta ecologica cresce a dismisura, ben oltre le possibilità del pianeta, generando gravissimi dissesti ambientali e non meno drammatici squilibri sociali” dice Gusmeroli. “La catastrofe globale può essere evitata solo con una nuova rivoluzione, che recuperi la saggezza ecologica dei popoli primitivi e ritorni a far sognare l’umanità, attirandola verso la bellezza e la compassione”.

Di seguito un brano tratto dal libro di Fausto Gusmeroli. Significativo è il passaggio nel quale si racconta che l’uomo primitivo contrastava la malattie infettive evitando di disturbare l’ambiente biotico. Non è probabilmente solo il vaccino l’antidoto alla pandemia che stiamo vivendo.

In ascolto dei primitivi

La sola opzione davvero risolutiva ai drammatici problemi di oggi passa attraverso paradigmi di sostenibilità molto forte e un’ecologia profonda, ecocentrica, in grado di riconoscere l’intelligenza della natura e imparare da essa, dove l’empatia ha il primato sull’aggressività, dove l’uomo sa vedersi inscindibilmente connesso alle reti ecologiche della vita. È proprio l’immaginario dei primitivi. La nostra conoscenza della civiltà dei cacciatori-raccoglitori si basa su reperti archeologici, testimonianze storiche di esploratori e missionari e soprattutto sull’osservazione diretta di comunità che non si sono evolute, che sono rimaste in ogni aspetto del loro vivere all’epoca del Paleolitico o se ne sono distaccate in tempi molto recenti. L’incontro forse più inatteso ed emozionante dell’uomo moderno con queste popolazioni tribali avvenne nel 1931, quando sugli altipiani della Nuova Guinea venne “scoperto” un milione di persone rimaste all’età della pietra, di cui non si sapeva l’esistenza. Dietro l’impressionante varietà di forme culturali prodotte dall’adattamento a luoghi molto eterogenei per condizioni geografiche, in mancanza di tecnologie che permettessero d’intervenire pesantemente sull’ambiente, gli antropologi evidenziano numerosi tratti comuni a questi popoli, sorprendenti se si pensa all’isolamento nel quale erano relegati. Di essi se ne fa una rassegna molto puntuale in vari articoli apparsi in The Ecologist, la rivista fondata da Edward Goldsmith, grande appassionato di culture indigene. Un primo elemento comune era la relativa assenza d’istituzioni governative. Piuttosto rara era la presenza di re, capi o altre figure o organismi formali di potere. I rapporti sociali erano regolati da consuetudini e costumi interpretati e custoditi dagli anziani, talvolta riuniti in un consiglio. A garantire l’ordine bastavano una rigorosa disciplina e una rigida adesione al codice etico della tribù. La pressione sociale, gli interventi degli anziani e la paura di recare torto agli spiriti dei morti erano più efficaci di qualsiasi coercizione. La comunità era un’entità naturale alla quale tutti contribuivano, un sistema integrato auto-organizzante orientato alla stabilità, non immobile ma aperto a un’evoluzione nella continuità e nell’equilibrio. Una società che, attingendo al lessico dell’ecologia vegetale, si potrebbe qualificare climax, ossia omeostatica e resiliente, in armonia con il proprio habitat. Una caratteristica contigua era l’equità. Nessun’altra società umana ha saputo riproporre quei livelli di uguaglianza, di libertà e democrazia. Non vi erano classi sociali e non vi era proprietà. Tutti i membri avevano gli stessi diritti e doveri, condividevano i beni e ogni momento della vita, pur nell’ambito di una divisione di compiti tra i generi. Coloro che esercitavano una qualche autorità beneficiavano di pochissimi privilegi, come poter scegliere per primi la parte di carne da consumare dopo una battuta di caccia. Il dono era la forma abituale di scambio, che fondava e rinsaldava i legami sociali . La qualità della vita era incredibilmente elevata. Non esisteva il lavoro, a meno di considerare tale l’attività produttiva necessaria alla sopravvivenza, ma allora occorrerebbe ammettere che anche gli animali lavorano. Quest’attività occupava non più due-tre ore giornaliere ed erano più i giorni di riposo di quelli attivi. Il moltissimo tempo libero era dedicato alle relazioni, a ricevere ospiti, flirtare, danzare, cantare, giocare, fare festa, teatro, narrare i grandi miti e partecipare a riti. L’alimentazione era assolutamente adeguata, in quantità e qualità, e il cibo era sempre fresco e incontaminato. Da uno studio citato da Harris in Cannibali e re, condotto da J. L. Angel su resti scheletrici, risulta che trentamila anni fa la statura media nell’uomo fosse di 177 cm e nella donna di 165, superiori a quelle attuali. Quei nostri antenati erano miti e intelligenti e godevano di un eccellente stato di salute fisica e mentale. La malattia, non diversamente da ogni discontinuità, come siccità e alluvioni, era vista come sintomo di disadattamento sociale ed ecologico e per contrastarle si agiva su questi aspetti. Le parassitosi erano attenuate dal nomadismo e da una densità di popolazione molto bassa; le malattie infettive e di altro genere evitando di disturbare l’ambiente biotico. Si pagava alla selezione naturale il prezzo di un’elevata mortalità infantile ma, superata la soglia d’età dei dieci anni, si viveva a lungo, morendo in prossimità degli ottant’anni. Alla luce di moltissime evidenze sperimentali che attestano il legame tra mente e materia, riconducendolo a meccanismi quantistici, non si può escludere che l’ottimo stato di salute fosse dovuto anche alla coesione e unità d’intenti della comunità . Essendo nomadi e avendo grande rispetto per la natura vivevano dell’essenziale e non accumulavano. Volutamente non producevano al massimo possibile, guardandosi dallo sfruttare appieno i mezzi tecnici e le materie prime naturali. Evitavano così d’incrementare la popolazione fino alla saturazione della capacità portante, una scelta dettata verosimilmente anche dal non voler appesantire il carico di attività produttiva, come attestato da talune tribù contemporanee che si rifiutano di diventare agricoltori per non dover sacrificare del tempo libero. Per contenere la densità demografica praticavano l’infanticidio, basato più sull’incuria che la soppressione diretta, e le madri allattavano a lungo i pargoli, mentre erano sporadici il geronticidio e le pratiche abortive.

Foto di OpenClipart-Vectors da Pixabay

Il non accumulare trovava anche ragione in un atteggiamento spontaneamente ottimista e nella sicurezza costituita dalle relazioni sociali. Egualitarismo, assenza di proprietà e di accumulo rendevano inconcepibile l’idea stessa di povertà. Al più si poteva assimilare al povero chi restava orfano, ossia privo di sostegno sociale, situazione che per altro era assorbita dentro la solidarietà comunitaria. Di converso, la ricchezza poteva identificarsi nelle tante e forti relazioni. Altra peculiarità era il legame con i luoghi. Gli indigeni ritenevano di appartenere a un luogo, non che il luogo appartenesse loro. Si percepivano parte inscindibile dell’habitat, come se la loro psiche non fosse separata dal mondo animale e vegetale. Non nutrivano alcun senso di superiorità o dominio sulla natura, un po’ forse la temevano, ma la rispettavano, la curavano, la amavano e sacralizzavano. L’identificazione con essa era tale che si chiedeva perdono e si ringraziava Dio per un animale abbattuto o si credeva che per ogni albero tagliato morisse una persona. Era convinzione che la natura offrisse tutto ciò che serve, sia in vita, sia dopo la morte, com’era credenza che i defunti rinascessero a un livello più alto, assumendo la forma di un essere umano, di un animale o di un albero, e continuando a nutrirsi. Così, la distruzione della natura toglieva sostentamento tanto ai vivi quanto ai defunti. Tutto in qualche modo era ricomposto dentro una cosmologia olistica, supportata da una mitologia che univa il passato, il presente e il futuro, il tempo e lo spazio. Sapevano ascoltare e lasciarsi educare dalla voce delle foreste, dei fiumi, delle montagne, degli animali e perfino delle stelle del firmamento. In tal senso si può dire che quei popoli fossero molto religiosi, laddove la parola “religione” significa legare (re-ligare), connettersi in modo mistico con il tutto. Nella loro visione animista, tutto era sacro e magico. I vegetali, gli animali e persino gli oggetti inanimati, come le rocce e i corsi d’acqua, erano considerati pervasi dagli spiriti. Ogni azione, inclusa l’attività produttiva, era un rituale, partecipava in qualche modo del sacro. Il profano era inconcepibile e l’attività produttiva era in definitiva fonte di soddisfazione, non meno delle attività ludiche.

Il libro della Genesi colloca il paradiso terrestre all’inizio della vicenda umana. Forse gli uomini del Paleolitico non sono vissuti nell’Eden: hanno praticato l’infanticidio, hanno sperimentato paure, controversie e contraddizioni, probabilmente erano troppo conservatori, però il loro modo di esistere corrispondeva in maniera esemplare ai loro bisogni ed era altamente adattativo. A loro non possiamo chiedere suggerimenti concreti per il presente, poiché il loro modello di vita era calibrato su una capacità portante del pianeta di pochi milioni d’individui, lo stato della biosfera non era quello di oggi e le tecnologie erano rudimentali. Da loro possiamo però apprendere quelle regole, quelle necessità interiori, quegli atteggiamenti psicologici universali che superano il tempo e lo spazio. Sono gli elementi che consentono di mantenere in equilibrio le relazioni sociali e i rapporti con l’ambiente circostante e qui non vi sono incertezze: quei nostri antenati hanno molto da insegnarci. Le loro società hanno saputo raggiungere un ineguagliato grado di stabilità nel loro ambiente naturale, nel quale sarebbero potute sopravvivere e prosperare indefinitamente senza il disturbo di altre culture e lo sviluppo delle tecnologie. Se esiste una possibilità di salvezza per l’umanità del terzo millennio, ebbene, questa passa da quell’antica saggezza.


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5 giugno: Giornata mondiale dell’Ambiente. Undici film promemoria proposti da Cinemambiente

 

Kamtchatka Bears, orsi in pericolo

L’uomo non ha distrutto i dinosauri come maldestramente ha detto Al Bano, non distruggerà probabilmente neanche i virus, ma sta distruggendo senza dubbio specie animali e vegetali a un ritmo mai visto come si racconta in questo servizio della CNN. La cifra ipotizzata è spaventosa: un milione di specie in pochi anni. A questa deriva planetaria è dedicata La Giornata Mondiale dell’Ambiente, il 5 giugno, lanciata con questo appello:

Il cibo che mangiamo, l’aria che respiriamo, l’acqua che beviamo e il clima che rende questo pianeta abitabile vengono dalla Natura. Prenderci cura del Pianeta significa prenderci cura di noi stessi. È il momento di svegliarci, di fare attenzione, di alzare la voce.

In questa giornata, durante la quale possiamo prima di tutto aumentare la nostra consapevolezza. E un aiuto in questo senso ci arriva da Cinemambiente, che con il Museo Nazionale del Cinema di Torino, partecipa alle iniziative internazionali live streaming promosse da UNEP – il Programma delle Nazioni Unite per l’Ambiente. Per tutto venerdì 5 giugno dalla 0 alle 24 sarà proposta al pubblico online sul sito http://www.cinemambiente.it, la rassegna Movies for Nature, una maratona cinematografica dedicata alla biodiversità, il tema di quest’anno.

Le devastazioni lasciate dal turista globale nel doc Gringo Trails

Undici i titoli a disposizione gratuita in streaming. Tutti insieme costituiscono un viaggio in zone e ambienti diversi della Terra per documentare gli effetti dell’antropizzazione sul mondo degli altri esseri viventi e nello stesso tempo la bellezza della Natura in aria, acqua e terra. Tra questi da segnare Blue, dell’australiana Karina Holden, che ci fa  immergere nelle profondità degli oceani, negli ecosistemi marini, tra le principali vittime dell’assalto umano alle risorse del Pianeta. A Fleeting Contact, degli antropologi Alexander e Nicole Gratovsky, ci avvicina al mondo dei delfini. La prospettiva dal cielo dei cambiamenti climatici ci è proposta da Home di Yann Arthus-Bertrand famoso per le sue spettacolari riprese aeree. Il documentario fu presentato all’edizione 2016 di The Vegetarian Chance.

Ai viaggi degli uccelli si è dedicata la canadese Su Rynard con The Messenger che dalla foresta Boreale ci porta fino alle strade di New York. Gringo Trails, della statunitense Pegi Vail, denuncia invece l’impatto devastante della globalizzazione turistica sull’ambiente. Dusk Chorus – Based on Fragments of Extinction, di Alessandro d’Emilia e Nika Saravanja, costituisce un viaggio sonoro all’interno della foresta amazzonica dell’Ecuador, guidata dal ricercatore e compositore David Monacchi. Impossibile non innamorarsi degli orsi guardando Kamchatka Bears. Life begins, di Irina Žuravleva e Vladislav Grišin, ambientato nell’estremo e selvaggio, Oriente russo anch’esso invaso e manipolato dagli umani. Animali selvaggi ci sono anche in Ranger and Leopard, dell’iraniano Fathollah Amiri, dove il protagonista è uno degli ultimi esemplari di leopardo persiano, sottospecie un tempo endemica nella regione caucasica e ormai molto rara.
Chiudono la rassegna tre cortometraggi – l’iraniano On the Cover di Yegane Moghaddam, l’indiano Tungrus, di Rishi Chandna, l’italiano Welcome to the Sixtinction di Chiara Cant. Tutti e tre affrontano con ironia il tema della scomparsa di tante specie animali e della nostra convivenza con gli altri “inquilini” della Terra.