The Vegetarian Chance

Nothing will benefit human health and increase chances of survival for life on earth as much as the evolution to a vegetarian diet (Albert Einstein)


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Non c’è solo l’Amazzonia da salvare. Al Locarno Festival un doc denuncia lo sfruttamento delle foreste francesi

Un buldozer all’opera nelle foreste francesi alla mercé dei produttori di legname

La coltivazione intensiva degli alberi sta distruggendo le foreste francesi. Lo racconta il documentario francese Le Temps des forêts (103′) prodotto dalla cooperativa Atelier documentaire, diretto da François-Xavier Drouet e presentato al Locarno Festival nella sezione la Settimana della critica. Le foreste vivono di un loro equilibrio fatto di biodiversità dove mondo vegetale e animale si integrano per dar vita a un ambiente naturale unico e specifico. Tutto questo, però, all’industria del legname non interessa e la selvicoltura avanza in tutta la Francia dal Limousin alle Landes, dal Morvan ai Vosgi. L’ambiente viene devastato seguendo una procedura precisa, racconta il film. Si rade al suolo la foresta originaria e la si sostituisce con una “foresta” nuova con alberi di una sola specie, per lo più l’abete, in grado di crescere in fretta e di essere tagliato agevolmente da macchinari tanto efficienti quanto molto costosi e dannosi per l’ambiente. Questi robot infatti eliminano dal suolo le radici e tutto quanto lo rende vivo e in grado di riprodursi. Ne consegue che per far crescere gli alberi da legname si debba far ricorso a fertilizzanti e pesticidi. Ed allora ecco che in questo ambiente rarefatto e artificiale scompaiono gli uccelli: il loro cinguettio non si sente più ed è sostituito da un silenzio irreale o tutt’al più dal rombare dei robot taglia alberi. Il paesaggio non è più lo stesso. Come spiegano i diversi esperti intervistati nel film all’industria del legname sta a cuore solo il profitto e soddisfare la “fame” di legno per mobili e pellet, che non è un combustibile ecologico non essendo un’energia rinnovabile.

Il regista: Francois Xavier Drouet

«L’industria del legno è molto preoccupata per la sua immagine e non le piace chi s’interessa al suo lavoro. Ad esempio, nessuno ha accettato di farci filmare l’irrorazione di pesticidi nella foresta», spiega il regista Drouet, «Abbiamo dovuto un po’ forzare le porte per accedere ad alcuni siti, andare nelle fabbriche, ottenere interviste. L’industria investe molto nella comunicazione per rendere verde la sua immagine, mettendo in risalto il ​​reimpianto. Nell’immaginazione urbana, piantare un albero è un atto positivo. Ma non è così. Piantare una monocoltura in luogo di una foresta viva e naturale che è stata rasa al suolo con i bulldozer è un’altra cosa».

Un piccolo abete cresciuto a pesticidi e fertilizzanti chimici

Le foreste poi sono anche riserve di acqua non indifferenti e la loro distruzione priva l’ambiente anche di questa importante risorsa. E come reagisce la società francese a questa devastazione? Ci sono associazioni di cittadini che acquistano foreste per proteggerle e renderle risorse sostenibili, guardie forestali che intensificano i propri controlli e se necessario scendono in piazza e a volte come atto estremo si suicidano. Esperti  spiegano che è possibile conciliare produttività e difesa dell’ambiente, ma per farlo bisognerebbe seguire le dinamiche naturali e mettere da parte la logica miope del profitto immediato come avviene anche per cibo, petrolio, plastica. Quello che col documentario Drouet denuncia con forza è stato per lui stesso una scoperta come spiega: «Sono arrivato dieci anni fa sull’altopiano di Millevaches nel Limousin, una zona boscosa al 70%. Non sapevo nulla delle foreste. Questi grandi masse di conifere mi hanno evocato Il Canada e mi sembrava naturale, ma poi ho capito subito che queste monocolture non erano spontanee e la biodiversità ai piedi di queste conifere era molto povera. Passeggiando per i sentieri ho scoperto decine di ettari con alberi tagliati, paesaggi saccheggiati, terreni e fiumi devastati dalle macchine. Alcune settimane dopo in quei terreni rovinati sono stati piantati piantati piccoli abeti facendo largo uso di fertilizzanti e pesticidi. La foresta francese è a un bivio e i proprietari hanno una pesante responsabilità per il suo futuro. Mi auguro che questo documentario li faccia riflettere».


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Germania: l’avanguardia veg abita qui

In Germania il cibo a base vegetale è spesso ispirato ad altre cucine come nel caso di questa pitta con verdure e hummus

Il movimento vegano sta cambiando il mondo del cibo in Germania. A testimoniarlo è un recente studio di Mintel, Istituto internazionale di ricerche di mercato, che ha analizzato quali siano i paesi con la più alta percentuale di diffusione di cibi e bevande a base vegetale a livello globale da luglio 2017 a giugno 2018. E in testa c’è proprio la Germania. Mentre solo il 4% circa di nuovi alimenti e bevande era vegetale nel 2013, tale cifra è più che triplicata negli ultimi 5 anni. Sul mercato tedesco, la percentuale di nuovi prodotti vegani lanciati sul mercato (14%) supera di quasi il doppio i corrispettivi vegetariani (8%). Anche a livello globale, il lancio di alimenti vegetali sul mercato è generalmente aumentato. Da luglio 2017 a giugno 2018 a livello globale, i prodotti vegetariani lanciati (11%) sono stati superiori a quelli vegani (5%), ma la tendenza di questi ultimi è in aumento esponenziale: +175% negli ultimi cinque anni. Nella classifica internazionale di lanci di prodotti a base vegetale al secondo posto c’è la Gran Bretagna con il 14%  seguita da Stati Uniti (12%), Francia e Spagna (entrambi al 4%) e poi Australia, Italia, Canada, Austria e Brasile, tutte al 3%. Questa tendenza indica come gli alimenti a base vegetale attraggano fette sempre più larghe di popolazione nei paesi industrializzati. Le industrie alimentari si stanno adeguando a un mercato dove la dieta vegetariana e vegana guadagnino credibilità come più sane per l’uomo e per l’ambiente.

Prodotti vegetali in vendita al supermarket Veganz a Berlino

Anche chi non si sente pronto ad abbandonare del tutto i prodotti animali decide sempre più spesso di aumentare i prodotti a base vegetale nel suo menu. In Italia la grande distribuzione dedica nuovi spazi a questi prodotti innovativi. Già solo gli scaffali delle bevande vegetali sostitutive del latte sono sempre più pieni e variati nelle proposte. Non tutti i prodotti a base vegetale sono, però, sani. Per renderli più appetibili al palato alterato dei consumatori l’industria alimentare li carica di sale, zucchero, grassi e aromi. Da qui la necessità di trasparenza da parte dei produttori e di consapevolezza da parte dei consumatori, che devono privilegiare chi ha un’etica commerciale.