The Vegetarian Chance

Nothing will benefit human health and increase chances of survival for life on earth as much as the evolution to a vegetarian diet (Albert Einstein)


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Sauro Ricci a Identità Golose: un messaggio vegetariano e ambientalista

Sauro Ricci, Executive Chef del ristorante Joia

Costruire nuove memorie era quest’anno il tema di Identità Golose, ed è indubbio che costruire una nuova memoria vegetariana sia quanto mai importante e anche quanto mai difficile. Esiste una memoria gastronomica molto consolidata di carne, pesce e prodotti animali in genere e ne esiste anche una vegetariana, un po’ più nascosta, spuria, considerata povera e poco rilevante ai fini della grande cucina. Alla luce di questa realtà esistono due strade principali e ugualmente valide: la prima è quella di creare una cucina vegetariana nuova e anche slegata dalla memoria, la seconda è quella di rielaborare memorie antiche e lavorare sulle suggestioni. Lungo questa seconda strada si è incamminato Sauro Ricci quando ha presentato a Identità Golose, sezione Identità Naturali, il piatto, Lady Curzon, moglie del Viceré d’India inverno 2018. Il richiamo è alla storia di una zuppa di tartaruga datata 1905, quando il vicerè britannico dell’India George Nathaniel Curzon decise di offrire un sontuoso pasto in onore di ospiti, che non bevevano alcol. A quel tempo, però, nessun britannico avrebbe gradito un pasto senza alcol. La responsabilità di rispettare tutte le abitudini alimentari cadde sulle spalle della moglie, Lady Mary Curzon, che adottò una soluzione creativa: chiese al cuoco di aggiungere sherry alla zuppa.

Lady Curzon in un ritratto di Franz von Lenbach, 1902. Via: http://www.foodsofengland.co.uk/ladycurzonsoup.htm

Da qui il nome della pietanza, che era a base di gelatina di un animale oggi protetto come la tartaruga di mare. Rivisitare questa zuppa in versione vegetariana come ha fatto Ricci è un’operazione culturale e ambientalista dato che ci richiama non solo alla necessità di evitare prodotti animali nella nostra cucina, ma anche al dovere di preservare le specie in via d’estinzione come le tartarughe. La ricetta di Ricci qui sotto riportata è in gran parte a base d’ingredienti esotici come i riferimenti indiani indicano, ma include anche prodotti locali come verza e sedano rapa. Una sintesi di sapori e consistenze originale ed equilibrata. A Identità Golose questo tipo di ricetta era una specie rara quanto le tartarughe. La sezione Identità Naturali è stata, infatti, ridotta a mezza giornata ed è stata aggiunta anche la nuova sezione Identità di Carne, come se già in tutte le sezioni carne e pesce non fossero gli ingredienti più utilizzati per “nobilitare” i piatti degli chef. Sembra che questo consolidato e prestigioso congresso della cucina d’autore sia impermeabile alle istanze di salute e sostenibilità che pervadono sempre di più il mondo dell’alimentazione. Sentir parlare, come è successo, di spennamento di anatre con rispetto è un controsenso. Non basta più parlare di rispetto per la materia prima o di uso di prodotti locali per etichettarsi come sostenibili e proiettati al futuro, ma serve da parte degli chef un salto in avanti verso il mondo vegetale amico della salute e dell’ambiente. In questo senso Sauro Ricci e prima di lui anche Daniela Cicioni, vincitrice della prima edizione di The Vegetarian Chance nel 2015, hanno indicato la strada.

La ricetta di Sauro Ricci, Executive Chef del Joia e Direttore della Joia Academy

Lady Curzon, moglie del Viceré d’India inverno 2018: il piatto proposto da Sauro Ricci a identità Golose

Lady Curzon, moglie del Viceré d’India inverno 2018

Brodo di cocco, lemongrass e il nostro yuzugotcho servito molto caldo, shitaké e batate grigliati, gratinato con panna di sedano di Verona

Ingredienti

Per il brodo

1 l acqua, 50g lemon gras, 50g zenzero, 5g kaffir lime leaves, 10g yuzugocho (macerato di yuzu,sale e peperoncino) sostituibile con bergamotto e peperoncino, 50g cipollotto, 3 shitakè secchi, 10g sale, 50g coriandolo fresco, 10g tamari, 500g latte di cocco, 30g succo di lime e la sua scorza, 20g fecola di patate, 30g zucchero

Per le verdure

200g verza, 400g patata americana, 200g shitake freschi

Per la spuma

800g latte di soia, 400g sedano rapa

Per guarnire

50g tekka (miso a base di radici), 50g prezzemolo tritato

Preparazione

  1. Per il brodo, sobbollire gli ingredienti citati per circa 20 minuti, filtrare il tutto ed unirne 500g al latte di cocco, bilanciare il gusto con lo zucchero il succo e le scorze e legare con l’amido di mais.
  2. Per la spuma, tagliare grossolanamente il sedano di Verona cuocerlo con il latte fino a raggiungere un peso complessivo di 800g, renderlo cremoso con un passaggio in blender e introdurlo in sifone.
  3. Per le verdure, ottenere dei cubi di verza da un cm, scottare le patate dolci in acqua, tagliarle a rondelle e grigliarle con decisione in entrambi i lati. Piastrare anche i funghi e adagiare i tre elementi sul fondo della ciotola precedentemente tinta sul bordo con la tekka e il prezzemolo.
  4. Versare il brodo sulle verdure, arricchire con un bel punto di schiuma di sedano e arrostirla con un cannello da cucina.


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Tradizione, imitazione o creazione? Il dilemma del vegano. Riflessioni e l’opinione di Sauro Ricci

La crème brulée vegana del Joia. Con anacardi, zucchero, latte di mandorla, zafferano, sciroppo di cedro, zest di limone e arancio

La selezione degli otto finalisti alla quinta edizione del concorso The Vegetarian Chance sta avvenendo in questi giorni. I cuochi hanno presentato due ricette: la prima ispirata alla tradizione del proprio territorio, la seconda una propria creazione. Che il primo piatto debba trarre origine dalla tradizione non è un caso. Sta a significare che la cucina a base vegetale non nasce dal nulla, ma ha già una sua storia ed oggi è diventata anche un’evoluzione delle nostre scelte nutrizionali. Le critiche verso la cucina vegana di essere troppo spesso un’imitazione della cucina onnivora difettano di un approccio sbagliato. La cucina si è trasformata costantemente nei tempi e nei luoghi elaborando e rielaborando piatti, frutto di ricerche e felici intuizioni. Le ricette si relazionano con l’ambiente, il clima, la natura, la cultura, la religione, il gusto e non ultime le tecniche di conservazione preparazione dei cibi. Siamo abituati a tramandarci saperi culinari da generazioni e a volte siamo condizionati da dogmi gastronomici del passato. Eppure oggi faticheremmo a mangiare quello che era sulla tavola degli antichi romani o dei nobili del Medioevo. La realtà è che sotto il nostro naso la cucina continua a cambiare e noi ci adattiamo senza problemi e senza gridare allo scandalo. Chi mai avrebbe detto, per esempio, che oggi in Italia così tante persone si sarebbero nutrite di pesce crudo, wasabi, alghe, salsa di soia o altre abbiano tradito il cornetto per il muffin. E allora perché dovrebbe essere inaccettabile che a casa e al bar il “latte” di soia abbia preso spesso il posto del latte vaccino? O che esistano sul mercato le polpette vegetali? Sono imitazioni? No. Sono un’evoluzione dell’alimentazione legata a una diversa consapevolezza di quello che mangiamo. Questa consapevolezza è anche una cultura, è diventata un gusto, sta diventando un’abitudine anche fra onnivori “veg part time”. E così modificare ricette tradizionali sostituendo gli ingredienti di origine animale con altri di origine vegetale non può essere considerato un “plagio”. Tanto più che esistono ricette assolutamente vegetali in origine e poi modificate con l’aggiunta di carni o formaggi. È successo, per esempio, col pesto ligure o con la pasta e fagioli. La richiesta di piatti a base vegetale ci ha fatto conoscere alimenti antichissimi come il seitan o il tofu, ha ispirato cuochi e industria alimentare a studiare nuove ricette e nuovi prodotti. Ed ecco la maionese senza uova, “yogurt”, “formaggi” e gelati senza latte, biscotti e dolci senza burro e uova, e i più detestati in assoluto dai puristi e cioè i salumi vegani e la “simil carne”. Un vegano che si nutre di imitazioni non ha fatto una vera scelta, si dice, mente a sé stesso. Non può fare a meno dei prodotti animali e allora si consola con i surrogati. Ma è davvero sbagliato pensare di non rinunciare a una propria cultura gastronomica preferendo riadattarla, ripensarla e crearne anche una nuova che non ignora il passato? Lo è, certamente, quando abbracciando la dieta vegetale scegliamo cibo malsano per la salute e l’ambiente. Zuccheri, sale e grassi in eccesso, farine raffinate, frutta e verdura coltivate con pesticidi e diserbanti non sono coerenti con la scelta vegetale. Oggi, però, sappiamo che in molti casi “l’imitazione” vegetale può essere più sana dell’originale e non meno gustosa, soprattutto quando siamo noi a prepararla senza ricorrere continuamente al cibo industriale. E allora perché rinunciarvi?

Al ristorante Joia sono maestri nel proporre ai propri clienti piatti assolutamente nuovi e altri e altri che reinterpretano piatti più noti. In questi giorni hanno in carta una crème brulée agli anacardi diversa dall’originale, ma non meno gustosa. I sapori di zafferano, latte di mandorla, vaniglia e zest di agrumi si combinano armoniosamente con gli anacardi e la copertura croccante di zucchero riproducendo della ricetta originale la consistenza, ma non il sapore che è più composito, più ricco e di fatto più interessante. Sauro Ricci, sous chef del Joia, ci spiega il suo pensiero sul “dilemma del vegano”.

Sauro Ricci a The Vegetarian Chance 2017 durante il suo show cooking

Ispirarsi alla tradizione, quindi alle ricette che compongono la nostra cultura gastronomica o alle culture vicine può essere visto sotto due aspetti: uno positivo e uno negativo. Quello positivo è che la tradizione gastronomica rimane un punto di riferimento anche se si fanno scelte esistenziali o legate alla dieta importanti come quelle del veganismo e quindi di rinuncia ai prodotti di origine animale. D’altra parte non dev’essere neanche un principio che ci vincola troppo. Sarebbe negativo. La tradizione prevede l’uso di ingredienti che hanno una reazione chimica e anche fisica, che non sono riproducibili senza impiegare l’ingrediente stesso. Quindi è importante cercare di percorrere altre strade possibili. Un classico esempio è il pane senza glutine. Oggi le intolleranze sono molto diffuse e questo pane serve, ma non si può pretendere che abbia la stessa aerosità del pane tradizionale con glutine. Verso la tradizione abbiamo dunque un atteggiamento composito. A me piace essere stimolato dalla nostra cultura gastronomica e da altre. Nella ricetta della crème brulée al posto dell’uovo abbiamo messo gli anacardi e poi per andare incontro al gusto abbiamo messo una base di pere sciroppate, che danno uno stimolo e un carattere ludico tipico della cucina del Joia. Questo perché è importante nei momenti di difficoltà usare la fantasia, cioè non sottrarre, ma aggiungere.