The Vegetarian Chance

So I am living without fats, without meat, without fish, but am feeling quite well this way. It always seems to me that man was not born to be a carnivore."(Albert Einstein) August 3, 1953


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Al congresso di Identità Golose 2024 una chance ai vegetali

Antonia Klugmann sul palco centrale di Identità Golose

Un piatto a base vegetale è stato quest’anno il simbolo di Identità Golose 2024. Una vera e propria «disobbedienza» alla storia di questo congresso dove i prodotti animali sono da sempre predominanti e che quest’anno ha scelto appunto come tema: Non esiste innovazione senza disobbedienza.

Il piatto vegetariano simbolo di Identità Golose 2024 firmato da Antonia Klugmann

A elaborare questo piatto «Ravioli alle erbe e rapa bianca» è stata Antonia Klugmann, una chef che ha partecipato a due edizioni di The Vegetarian Chance, la prima in veste di concorrente nel 2014 al ristorante Joia con Pietro Leemann. E la seconda nel 2017 in veste di giurata. Klugmann pur non essendo una chef vegetariana non ha mai nascosto il suo interesse per l’ambiente anche in cucina dove ha sempre dato molto spazio ai prodotti vegetali. «Questo piatto è rappresentativo del mio percorso decennale e con esso ho voluto esprimere il mio amore per le erbe. Il ripieno è composto da purea di acqua e mandorle neutre, non amare, una rucola rara, prezzemolo del nostro orto, foglie di rapa navone e di cima di rapa da taglio. Erbe molto specifiche, figlie della stessa stagionalità». Il percorso decennale del quale parla Klugmann era iniziato nel 2014 proprio quando partecipò alla prima edizione del concorso The Vegetarian Chance al ristorante Joia con i concorrenti coordinati da Sauro Ricci. In quell’occasione la giuria, presieduta da Pietro Leemann e che comprendeva anche Gualtiero Marchesi, si classificò terza con la menzione speciale «Cucina vegetariana del futuro». I piatti che presentò allora furono: «Spinacino selvatico, piantaggine, rose e carcadè» e «Il fiore della zucchina affumicato e la nostra senape».

Antonia Klugmann “Spinacino selvatico” presentato nel 2014 alla prima edizione di The Vegetarian Chance dove si classificò terza

Le erbe erano già l’asso nella manica della chef. In entrambi i piatti si potevano avvertire sapori intensi, ma equilibrati così da non coprirsi a vicenda. Nei piatti ogni ingrediente aveva conservato perfettamente il suo aspetto naturale pur essendo stato cucinato e arricchito di sapori. Il 28 maggio 2017 Antonia Klugmann fece parte della giuria della quarta edizione del concorso The Vegetarian Chance presieduta come sempre da Pietro Leemann. Con i suoi voti contribuì a premiare l’olandese Gijs Kemmeren e il peruviano Rafael Rodriguez, secondo classificato.

Antonia Klugmann con il professor Stefano Bocchi a TVC 2017 in giuria

Lo spazio dedicato alla sezione Identità Vegetali è stato quest’anno piuttosto ampio e la motivazione è stata ben spiegata da Carlo Passera durante l’apertura. «Sono nati nuovi chef che valorizzano la materia prima vegetale. Fanno una scelta di buon gusto e una scelta oggettiva al palato», ha detto. Passera, che è stato uno dei giudici all’ultima edizione di The Vegetarian Chance il 13 ottobre 2019 a Torino. Il suo pensiero ricalca in parte quello che è stato l’obiettivo di The Vegetarian Chance sin dalla sua nascita e cioè quello di dimostrare come la cucina a base vegetale possa raggiungere grandi livelli di gusto e qualità. A differenza però dell’approccio strettamente gastronomico di Identità Golose noi di TVC abbiamo sempre pensato che la qualità del cibo vegetale risieda anche nell’etica dei prodotti che si usano e nel pensiero che c’è dietro ogni ricetta.
Il primo a salire sul palco di Identità Vegetali è stato lo chef Davide Caranchini del ristorante Materia di Cernobbio, dove c’è disponibile il menù vegetariano Green Power al costo di 100 euro. Ha presentato Cetriolo alla scapece, una ricetta molto complessa che prevede un uso completo di tutte le parti della materia prima buccia compresa. A impreziosirlo un’aggiunta di un inedito «caviale di terra» ricavato dalla pianta asiatica bassia scoparia.

Davide Caranchini sul palco di Identità Vegetali

A seguire altri piatti molto pensati come una «burrata» ottenuta da pinoli e crema di pinolo, un risotto mantecato a freddo con «burro di olive» e insaporito con estrazione di semi coriandolo. E a chiudere spazio alla «banale» carota, disidratata, reidratata in succo fermentato di carote e accoppiata a una base di purea di semi di zucca e miso, una senape con erbe e mele e una vinaigrette di carote e agrumi.
«Orto libera tutti» è il progetto sociale presentato da Francesco Vincenzi della Franceschetta di Modena. Un orto biologico in un carcere che rifornisce di materia prima il ristorante. La sostenibilità umana si associa a quella della natura. Particolarmente interessante è la sua Patata Arrosto, un piatto composto a base di gnocchi di patate, salsa di patate emulsionata con olio all’aglio e rosmarino, fondo di buccia di patate e patatine arrosto. Solo patate eppure sapori e consistenze diverse. Sul palco è poi salito Ariel Hagen del ristorante Saporium di Borgo san Pietro, dove un ristorante vive connesso con un’azienda agricola impostata sull’agricoltura rigenerativa. Rigenerativo per il nostro organismo è anche il Fermentation Lab, dove si elaborano cibi salutari per l’intestino. Proprio da questo laboratorio Hagen ha proposto in assaggio un delicato kombucha al mandarino e zafferano.

Ariel Hagen durante la preparazione di un piatto a Identità Vegetali

Il pugliese Michele Cobuzzi del ristorante Anima dell’hotel Milano Verticale ci ha insegnato che non di solo pomodoro e mozzarella vive il panzerotto. Cobuzzi si è talmente milanesizzato che ha riempito il panzerotto di verza brasata. In una vera sfida è consistito il suo secondo piatto: una scarola lavorata come un arrosto, legata con uno spago, condita e cotta sulla brace.
Per arricchirne il sapore Cobuzzi ha ideato prima un fondo di verdure, susine, aglio, zenzero ed erbe aromatiche, e poi un condimento a base di olio al levistico, crumble di arachidi, foglia di radicchio e timo.
A chiudere la giornata dedicata ai vegetali ci ha pensato la prestigiosa Enoteca Pinchiorri che propone già da diversi anni un menù degustazione vegetariano: Madre Terra.
Sul palco a illustrare il menù ci hanno pensato Riccardo Monco e Alessandro Della Tommasina, che hanno poi messo in assaggio un piatto di lumachine di pasta finite di cuocere in succo di rabarbaro fresco e poi servite con un gelato di cavolo rosso e gocce di olio di pino marittimo. La mantecatura fredda da fare direttamente nel piatto ha reso al palato un piatto fresco, profumato e anche goloso.

Alessandro Della Tommasina di Enoteca Pichiorri sul palco di Identità Vegetali

L’abbinamento pensato dallo sponsor Velier per questo piatto è stato un Dry Martini combinato con Engine, un gin biologico piemontese e Vermouth Vergano. Note balsamiche nel piatto e botaniche nel bicchiere ben combinate. Angelo Canessa aveva già stupito in apertura quando alla carota di Caranchini aveva abbinato un succo di mela fortificato prodotto dalla Maison Drouin in Normandia. Alcolico al 17% lascia partire un aroma molto intenso grazie all’invecchiamento e alla qualità delle mele utilizzate, non commestibili da crude, ma adatte per la confezione di una sorta di sidro di alto livello.

Angelo Canessa propone a Identità Vegetali gli abbinamenti ai piatti di Velier

Innovativo e “disobbediente” come suggerisce il tema del congresso è il consiglio di Canessa sulla degustazione di superalcolici preziosi e costosi: a volte ne basta un cucchiaio, ha detto, per goderne appieno le qualità aromatiche e organolettiche. Non si rischia la patente e nemmeno il portafoglio.


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Farsi un giro di veg a Vienna

Piatto del ristorante &Flora nell’Hotel Gilbert. Credit: Michael Koenigshofer

La città della Sacher e del Wiener Schnitzel ha un’anima vegetariana e vegana, sopita per alcuni decenni, ma  che ora sta riemergendo con forza con ristoranti innovativi. Era il 1877 quando a Vienna le «povere» verdure iniziarono ad essere riabilitate e Karl Ramharter, un fornaio, aprì con sua moglie Magdalena, il primo ristorante vegetariano della storia viennese. Tra i suoi più illustri clienti annoverò ben presto il compositore Gustav Mahler, che evidentemente apprezzava una cotoletta a base di sedano, farro verde e lenticchie come una sinfonia. La salute era al centro di questa ondata vegetale infatti tutti i ristoranti vegetariani si presentavano come «igienico-sanitari». Inquinamento ed emergenza climatica non erano ancora avvertiti come un problema. L’invasione della chimica in agricoltura era di là da venire. E così alla rinuncia alla carne si associava spesso la rinuncia ad alcol, tabacco e pane bianco (troppo zucchero). Infatti nei ristoranti vegetariani non si servivano alcolici. La più famosa associazione vegetariana Verein für naturgemäße Lebensweise, fondata nel 1881 motivava quella scelta anche in favore del benessere animale. Un congresso vegetariano fu organizzato nel 1886. Pochi erano i vegani anche perché la soia, naturale sostituto delle proteine animali non era impiegata in cucina.

La cerchia dei «ribelli alla carne» era piuttosto chiusa, ma le tendenza era quella di trasmettere all’esterno un’immagine più orientata alla gioia di vivere e al divertimento che non  all’ascetismo. Per questo il programma dell’associazione era ricco di feste e viaggi. Il pubblico di riferimento era la classe media, ma per il lavoratori c’era un messaggio economico: «Mangiare vegetariano costa meno».  In realtà le classi più povere già mangiavano poca carne e non erano così disposte a rinunciare alle modeste quantità che si potevano permettere. In realtà anche oggi i più poveri avvertono come una punizione la proposta di nutrirsi con meno carne e dunque non mangiano meglio dei ricchi come è stato incautamente affermato da un ministro. Al passato veg della capitale austriaca è dedicato un progetto di ricerca finanziato dal Comune: Il movimento vegetariano di Vienna 1870-1938. La cucina vegetale contemporanea si giova oggi sia di tutte le nuove conoscenze sulle materie prime che delle contaminazioni gastronomiche da tutte le parti del mondo. È il caso del ristorante &Flora, dove la chef di origine iraniana Parvin Razavi propone una cucina nordica e insieme orientale con un largo uso di erbe e spezie e prodotti locali.

Il risultato sono uno schieramento sul tavolo di piattini colorati e vari negli ingredienti e nei sapori. Il loro motto è «dalla radice alla foglia» e dunque un uso dei vegetali senza sprechi e con l’obiettivo di ottenere il massimo del sapore. Peccato che la carne non sia del tutto esclusa dal menu come del resto avviene all’Hausbar.

Tavolo apparecchiato all’Hausbar Credit: Benjamin Mohl

Qui lo chef Mario Ulrich si concentra su una cucina regionale e stagionale con un menu di sette portate accompagnate da bevande analcoliche aromatiche. Famoso è il suo gulasch vegetariano. Il massimo della raffinatezza vegetale e dell’alta cucina è ben rappresentato dal Tian fondato da Christian Halper e oggi diretto dallo chef Paul Ivić. La sua missione è quella di valorizzare ortaggi, frutta e cereali della regione coltivati biologicamente così da preservare contenuti nutrizionali e gusto.

Un piatto del Tian Credit: Ingo Petramer

Radici, foglie e bucce trovano spazio più nella pentola che nel cesto dell’immondizia. «Per me è importante non imitare il sapore della carne con la mia cucina, ma piuttosto esaltare il gusto della natura», spiega lo chef che ha portato al Tian una stella Michelin e quattro cappelli Gault Millau. Una versione bistrot del Tian è ubicata nel quartiere Spittelberg in un giardino Biedermeier. Da una costola del Tian è nato il Jola di Jonathan Wittenbrick, ex-Tian, e della sua compagna Larissa Andres (da qui il nome JoLa).

Jonathan e Larissa nel loro Jola. Dal loro sito.

Il loro impegno è tutto incentrato nel far emergere il gusto a volte nascosto dei vegetali. Nel menu a sorpresa  le verdure prevalgono anche su legumi e cereali. Propongono bevande analcoliche come il sempre più popolare kombucha e il meno noto kvass a base di brezel. Intrigante è la sfida vegetale lanciata dalle avanguardiste Cecilia Havmöller e Susanna Paller, che dal 2019 gestiscono il Lala, un luogo per asporto e ristoro veloce non solo senza prodotti animali, ma anche senza plastica e zucchero.

I piatti colorati del Lala Severin Wurnig

I loro piatti sono preparati al momento e consistono in ciotole (bowl) miste con ingredienti insoliti tipo teff e micro ortaggi, alghe, insalate, frullati proteici, dessert. Questo ristorante, che oggi a Vienna ha due sedi, è stato il naturale proseguimento delle gelaterie Veganista che dal 2013 si sono affermate come tra le migliori di Vienna pur senza avere tra i loro ingredienti una goccia di panna. Molto riusciti i gusti ispirati alle torte Sacher e Foresta Nera. Il segreto dei loro locali sta anche negli arredi molto colorati e pensati per trasmettere leggerezza e allegria ai propri clienti. Gli ambienti tradizionali delle birrerie austriache sembrano d’un tratto più malinconici e meno accoglienti. Ecco che abbandonare il würstel può diventare meno traumatico.


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Menu visibile solo con codice QR? Un abuso dei ristoratori

In diversi ristoranti e pizzerie si è diffusa la malsana abitudine di proporre ai clienti il proprio menu in consultazione solo usando un codice QR indicato sul tavolo. Un’ulteriore riprova che ci stiamo e ci stanno abituando ad avere il nostro piccolo mondo rinchiuso in quella piccola scatola magica elettronica. Tutto è lì: i nostri contatti, le nostre foto, i nostri libri, la nostra musica, i nostri soldi, le nostre passioni, i nostri testi scritti e parlati. Persa o distrutta quella scatoletta perdiamo tutto, perdiamo noi stessi e la nostra vita si svuota. Mia mamma a 99 anni mi chiedeva sempre cosa fosse uno smartphone: da giovane aveva affidato i suoi ricordi e la sua vita a un diario scritto a mano che ancora oggi a lei sopravvive. Ora nello smartphone ci dovrebbero stare anche i menù degli altri, dei ristoratori, che vogliono invadere quell’apparecchio così personale e intimo. Una novità davvero inaccettabile. Partiamo comunque dal fatto che trattasi di prassi illegale e penalizzante nei confronti del commensale al quale è trasferita l’incombenza di disporre di un dispositivo per leggere il menu e i prezzi dei piatti proposti. Di fatto un cliente sprovvisto di smartphone non può mangiare in un ristorante che non espone portate e relativi prezzi su un suo supporto come prevede la legge. Questa nefasta abitudine sarebbe un’eredità del periodo della pandemia Covid quando si pensava che il virus si trasmettesse attraverso oggetti inanimati. In realtà è stato più volte smentito che il virus si trasmetta attraverso il contatto con oggetti precedentemente toccati da contagiati dal virus. Altro pretesto è quello del risparmio di carta, che stranamente non riguarda le tovagliette e i tovaglioli di carta largamente usati nei ristoranti invece di quelli riutilizzabili di stoffa. Il menu e i prezzi devono essere esposti dal ristoratore su

Foto di OpenClipart-Vectors da Pixabay

un suo supporto che può essere di carta o altro materiale, su una lavagna, appeso a un muro o al limite su un suo tablet. Non è accettabile che al cliente che non voglia usare il proprio smartphone o ne sia sprovvisto sia recitato il menu a voce o venga proposto lo smartphone privato del cameriere o del proprietario. La legge su questo punto è totalmente dalla parte del consumatore come a me indicato dalla Guardia di Finanza: “Le attività di somministrazione di cibi e bevande risultano disciplinate dall’art. 180 del Regio decreto 6 maggio 1940, n. 635, recante “Approvazione del regolamento per l’esecuzione del testo unico 18 giugno 1931, n. 773, delle leggi di pubblica sicurezza” che, al comma 1, prevede che “i pubblici esercenti debbono tenere esposte nel locale dell’esercizio, in luogo visibile al pubblico, la licenza e l’autorizzazione e la tariffa dei prezzi” (all. 8)”.

A Milano il regolamento Comunale prevede: Le modalità di pubblicità dei prezzi prescelte dall’esercente debbono essere tali da rendere il prezzo chiaramente e facilmente comprensibile al pubblico. L’esercente ha la responsabilità di comunicare i prezzi al cliente che non è obbligato a possedere né a usare uno smartphone. L’imposizione del codice QR come una forma di consultazione del menu da parte del ristoratore è chiaramente un abuso e come tale inaccettabile. L’uso del codice QR può essere inteso solo come un’opzione offerta al cliente a sua esclusiva scelta. E poi dal punto di vista commerciale sono davvero sicuri i ristoratori che la scelta digitale a carico del cliente sia la migliore per promuovere la propria cucina e invogliare il commensale a ordinare più piatti? Prima di tutto il cellulare con il suo piccolo schermo non consente una visione di insieme del menu, ma solo parziale. Si legge di un piatto e ci si dimentica di quelli precedenti. Passare da una voce all’altra richiede una continua interazione con lo schermo, gesto assai poco rilassante e appetitoso. I menu sono un biglietto da visita importante di ogni trattoria, osteria o ristorante stellato. Da come è scritto, spiegato, rinnovato e impaginato si capisce moltissimo del luogo nel quale ci troviamo.

Menu per un pranzo russo del 26 maggio 1896. Dalla Collezione Mosimann

I menu hanno fatto e fanno storia. A volte sono diventati dei veri e propri cimeli. Il famoso e prestigioso chef svizzero Anton Mosimann presenta a nella sua collezione privata una raccolta incredibile di menu da tutto il mondo. Sono menu elaborati per cene speciali o menu di grandi ristoranti. L’attenzione alla grafica non è inferiore a quella dei piatti proposti. La collezione Mosimann è situata a Le Bouveret, nel campus condiviso da César Ritz Colleges Switzerland e Culinary Arts Academy Switzerland. E d’altra parte non sono tanti i turisti che portano con sé come ricordo un menu stampato in valigia? Dove va a finire la poesia di quei menu tradizionali che già nella loro esposizione grafica su carta ci trasmettono un forte senso della storia gastronomica di un locale? Ma il menu di carta non è solo tipico di antiche locande, ma può esserlo anche di quelle più nuove dove quei minuti che il cliente dedica alla scelta dei piatti sono decisivi nella sua esperienza gastronomica. Un piatto ordinato senza attenzione, senza magari chiedere un chiarimento può facilmente trasformare l’esperienza in un disastro disgustoso. Perché dunque costringere il commensale a scegliere afflitto dalla stessa ansia con la quale tutto il giorno guarda febbrilmente quel totem luminoso?