The Vegetarian Chance

Nothing will benefit human health and increase chances of survival for life on earth as much as the evolution to a vegetarian diet (Albert Einstein)


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Farm to Fork per triplicare il Bio europeo entro il 2030

Foto di yassineexo da Pixabay

I numeri non restituiscono mai la passione di chi ci lavora. La stessa definizione Bio può prestarsi a interpretazioni, confusioni e qualche limitata furbizia. C’è Bio industriale, Bio di territori storici, Bio innovativo di produzioni di nicchia.

Biofach di Norimberga (12-15 febbraio 2020 ben presenti gli italiani), la più grande fiera di settore, è l’osservatorio continentale per cogliere il cambiamento dei gusti e delle convenienze dei produttori. Per capire come l’uno trascini le altre e dove potrà arrivare il “movimento” di produzione e consumi biologici in questo decennio. Cosa ci dicono quindi gli ultimi dati? L’agricoltura Bio europea ha superato i 40 miliardi di valore  (+8%) e sta avvicinando i 43 miliardi della capolista Nord America. I dati aggiornati di Fibl ( l’Istituto di ricerca svizzero per l’agricoltura biologica)  mettono ordine sul posizionamento italiano che, pur nella sua frammentazione, non è scoraggiante. L’Italia è il Paese Ue con più produttori, nel 2018 la Francia ci ha superato per superfici coltivate con metodo biologico. La Spagna resta leader Ue per superfici a Bio con 2,2 milioni di ettari, la Francia segue con 2 milioni, quindi c’è l’Italia con 1,9 milioni. Tutte le regioni fanno la loro parte come è emerso nelle manifestazioni fieristiche italiane positive anche sui primi consuntivi 2019. La Lombardia, pur cementificata e urbanizzata, mantiene una forte impronta di produzioni agricole, e in dieci anni oltre 50mila ettari di terra in più sono stati protetti e coltivati senza ricorrere a farmaci e sostanze chimiche sintetiche per eliminare i pesticidi. Cereali (con riso e mais in testa), foraggi destinati all’alimentazione degli animali, vite e ortaggi sono le colture più biologiche, in una regione che vale il 14% del totale nazionale. Oltre 3mila aziende lombarde hanno il marchio di biologico. 

Ci si attende ora molto dal Green Deal che la presidente della Commissione Ue, Ursula von der Leyen, ha cominciato ad accennare e che dovrà essere riempito di contenuti e di investimenti. Il progetto Farm to Fork è parte del Green Deal; con la filosofia dal “campo alla tavola” ha bisogno una Pac che sia veramente la politica agricola comunitaria del decennio. Sarà presentato a marzo e ha bisogno di puntare molto in alto, a quel 20% di terreni agricoli coltivati Bio nel 2030 rispetto al 7,5% attuali. I clienti ci sono, l’attenzione della collettività sembra non mancare. I maggiori mercati  per ora sono in Germania, Francia e Italia. Sono però  svizzeri e danesi a spendere di più in prodotti bio, con 312 euro procapite l’anno. Nell’Unione europea il settore continua a crescere, con un mercato già robusto, i consumatori  spendono in media 76 euro procapite l’anno in alimenti biologici.

Paolo Zucca

 


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Il piatto di casa cambia: sorpasso verdure sulle carni

 

Una precisa evoluzione alimentare e culturale è in corso, ma non si capisce esattamente quanto incida il borsellino e quanto il mutamento dei gusti e dei principi. Comunque sia, sui dati nazionali del 2018 l’Ufficio Studi della Confcommercio conferma una riduzione della spesa familiare per carni e un aumento per l’ortofrutta. Sulla tipologia dei consumi fuoricasa ci sono sensazioni, non certezze. Nella spesa per cucinare, nel 2018, frutta e vegetali rappresentavano il 4,1% sul totale (pesavano il 3,4% nel 2013 e il 3,2% nel 2007). Viceversa la voce carni scendeva al 3,8% dopo essere stata al 4,3% nel 2013  e al 4,% sei anni prima. Si può parlare quindi di sorpasso che non è dettato dall’aumento del costo dell’ortofrutta e dalla diminuzione delle carni. 

A prezzi costanti, sulla base dei prezzi del 2018 confrontati con il 2007, l’orientamento favorevole a frutta e verdura è testimoniato da +12,9% di spesa media mensile cui corrisponde un -19% delle carni. L’evoluzione è in corso come scrive l’Ufficio Studi dell’Associazione: “Dentro la buona dinamica della quota alimentare sono diversi i trend che muovono le singole voci di spesa che compongono il mix di costo per l’alimentazione domestica. Vi si ritrovano i macro-trend del salutismo, ormai qualcosa di consolidato e diffuso negli orientamenti dietetici e quindi dei comportamenti d’acquisto: alla tenuta dei prodotti ittici fa da contraltare la riduzione del pane e della carne; emerge con chiarezza e con intensità inequivoca la crescita della spesa per la frutta e per la verdura, sia in assoluto sia in termini di sviluppo della quota di spesa rispetto al totale alimentare e al totale di tutti i consumi”.

I numeri sono aridi eppure qualche volta parlano. “Anche all’interno delle spese per l’alimentazione domestica – evidenzia lo studio – l’andamento risulta abbastanza articolato. Tra i più dinamici sono risultati i prezzi dei prodotti ittici, tra i meno inflazionistici proprio la frutta e la verdura, confermando, pertanto, in termini di consumo reale la crescita di importanza di questa voce di consumo”.

Con un passaggio culturale che fa ben sperare.  “Sui beni ortofrutticoli la ricerca di prodotti meno “esotici”, l’attenzione alla stagionalità e alla prossimità del prodotto hanno determinato un mix di beni acquistati i cui prezzi sono risultati meno dinamici”.

 


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La “carne” vegetale mangerà quote di mercato di quella animale

L’olandese Jaap Korteweg, The Vegetarian Butcher. Agricoltore e allevatore da nove generazioni è passato alla “carne” vegetale e adesso rifornisce in Europa una nota catena di fast food.

Quanto rapidamente potrà crescere il consumo di carne a base vegetale sulla doppia spinta dell’attenzione etica ai consumi e dell’interesse, tutto economico, dell’industria nel proporre le alternative? Le previsioni sono da aggiornare spesso, tanto più quando buttano lo sguardo su traguardi lontani. Non è facile leggere la forza di un’onda da quello che si vede sul filo dell’acqua.

Utilizzando i gelidi occhiali finanziari degli analisti e accettando la sfida di predire il futuro, una grande casa d’affari come JpMorgan Chase – ad esempio – stima che il mercato delle non-carni potrebbe raggiungere i 100 miliardi di dollari fra 15 anni. Più ottimista è Barclays – pure sulle stime dei suoi analisti in “Carving Up the Alternative Meat Market” –  che stima un traguardo possibile a 140 miliardi di dollari già nel 2029 (pari al 10% di quello che sarà il mercato) con una rapida crescita rispetto agli attuali valori di 1,4 miliardi pari all’1% dell’industria globale della carne. Far correre a un tal ritmo il valore delle vendite in dieci anni non è facile anche quando si parte da una piccola quota di mercato. Anche la società di ricerca PreScouter stima nel suo rapporto Meat Alternative 2019 una progressione notevole dell’attenzione generale, vegana e vegetariana in particolare, per prodotti sostitutivi di carne a base vegetale con un sempre maggior utilizzo collegato di altri alimenti come soia, tofu, funghi, lenticchie e frutti. Per l’Italia che ha consumi di carne bovine per circa 6 miliardi di euro, sotto la media Ue per consumo pro-capite, il valore dei prodotti alternativi è per ora poco significativo.

I consumi di carne nel mondo nel 2014. Via: https://www.statista.com/

La grande variabile, negli Stati Uniti e in Europa, è la capacità di trasformare la maggiore attenzione alla salvaguardia del pianeta (l’agricoltura per allevamenti viene ritenuta responsabile di rilevanti emissioni globali di gas serra) in un minor consumo di carne, favorendo un passaggio di gusto non traumatico per chi ha tradizionalmente mangiato alimenti animali. Vanno in questo senso le tante iniziative di flessibilità alimentare offerte nelle stesse catene di prodotti della beef industry che hanno aggiunto opzioni di burger a base vegetale. Il mix non piace a tutti, viene sollevata l’incongruenza dello stesso luogo e piastra di cottura; non è sicuro che la doppia opzione favorirà la transizione ai consumi alternativi. La convivenza negli stessi fast food viene ritenuta un ibrido come il lancio di burger vegetali: Burger King ha recentemente proposto il vegetariano Impossible Whopper con un buon successo nei test effettuati nei punti vendita e JBS, grande produttore di carne bovina, ha commercializzato un hamburger di soia in Brasile.

Segnali – secondo gli analisti – che la produzione di carne per alimenti ha preso atto del cambio di comportamento dei consumatori e tenta di trattenerli puntando sulla doppia opzione nello stesso store. Dall’altra parte i sostenitori della carne alternativa inseguono una somiglianza di forma e di gusto per agganciare prima possibile i consumatori di carne pieni di dubbi. L’evoluzione è chiara, l’accelerazione non è scontata.

Paolo Zucca

Bruce Friedrich è il fautore della strategia di una trasformazione dell’industria della carne piuttosto che di una battaglia frontale contro di essa. Il motivo? La promozione su vasta scala di vegetarianismo e veganismo è difficile e molto lenta. I consumatori non rinunciano facilmente al gusto della carne, ma le loro papille gustative possono essere ingannate più facilmente da una simil carne vegetale, piuttosto che da un piatto di legumi. Rimane il problema della salubrità di questi prodotti processati ad alto contenuto di grassi e altri additivi, ma almeno si apre la strada a una riduzione degli allevamenti intensivi e alle conseguenza sul clima che essi comportano.