The Vegetarian Chance

So I am living without fats, without meat, without fish, but am feeling quite well this way. It always seems to me that man was not born to be a carnivore."(Albert Einstein) August 3, 1953


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Il WWF contro i falsi miti della sicurezza alimentare

Campo di fiori di girasole in Ucraina. La presunta penuria di quest’olio imporrebbe il ritorno all’olio di palma in parte abbandonato per motivi ecologici. di Foto di Munruthel da Pixabay

Il WWF fa chiarezza con un suo decalogo sui falsi miti della sicurezza alimentare. La guerra in Ucraina sta fungendo da volano per allarmi sulla disponibilità di risorse alimentari. Mancherà farina, quindi pane e pasta, mancherà mangime, quindi carne e latticini, mancheranno fertilizzanti quindi vegetali e di nuovo mangimi prodotti in loco: si dice. Aziende che fino a ieri magari dichiaravano di produrre pasta con solo grano italiano si lamentano per la possibile mancanza di materia prima, che invece dovrebbero avere a prescindere. Eppure non c’è solo la guerra a mettere in pericolo la possibilità di sfamarci. C’è anche una persistente siccità, che affligge il Nord Italia da tre mesi, ci sono gelate improvvise o afflussi abnormi di acqua piovana. Traduzione: l’emergenza climatica. È fin troppo evidente che per andare avanti non si possa tornare indietro. A nulla, se non a peggiorare la situazione, può servire inquinare di più per “produrre di più”. Sarebbe invece il caso di accelerare qualche scelta virtuosa che il WWF inserisce nel suo decalogo come per esempio:

1) Consumare meno carne e prodotti di origine animale, che consentirebbe di ridimensionare il comparto della zootecnia intensiva (oggi il 70% della superficie agricola utilizzata in Europa è dedicata a materie prime destinate ai mangimi per la zootecnia intensiva).

2) Cercare il giusto equilibrio tra produzioni locali, diversificate e filiere agroindustriali sostenibili, creando relazioni con reti diffuse di produttori a livello nazionale ed europeo, riducendo la dipendenza dalle importazioni da Paesi extra UE e fissando criteri di sostenibilità ambientale, sociale ed economica nella produzione delle materie prime.

Forse la risposta sarà sempre la stessa e cioè che non c’è tempo, che un cambiamento epocale di questo tipo non è realistico. Ma perché invece sarebbe realistico tornare alle centrali nucleari, che richiedono più di 25 anni per essere messe in funzione? Ed è stato un successo per il clima, la qualità del cibo, la biodiversità il ricorso continuato ed esteso all’agricoltura industriale che ha sopraffatto quella locale in pochi decenni?

Dalla pandemia prima e dalla guerra oggi possiamo uscirne migliori o peggiori dipende dalla lungimiranza di chi ci governa e dal bene che vogliamo a noi stessi, specie umana a rischio.

10 domande e risposte del WWF per sfatarli. La morsa speculativa della crisi alimentare fra emergenza climatica e guerre

Emergenza climatica e guerre: la “morsa speculativa della crisi alimentare”

Le conseguenze della guerra in Ucraina ci ricordano quanto sia fragile la sicurezza alimentare, basata su modelli di produzione agricoli intensivi.
Per fronteggiare la crisi dei mercati in tempo di guerra in molti – fra cui diversi politici – hanno chiesto di aumentare le produzioni cancellando o indebolendo le attuali misure ambientali della Politica Agricola Comune e del Green Deal europeo. Tra le richieste più clamorose troviamo l’abolizione del divieto dell’uso di pesticidi nelle aree di interesse ecologico e l’utilizzo dei terreni a riposo, ovvero di quelle aree meno produttive dal punto di vista agricolo, ma essenziali per la conservazione della biodiversità.
Queste richieste sono irrazionali e controproducenti. La verità è che la produzione alimentare globale è sufficiente per sfamare la popolazione mondiale, ma è attualmente mal utilizzata. I veri rischi alla sicurezza alimentare nel nostro Paese non derivano dal conflitto in corso in Ucraina, ma dalle bolle speculative che condizionano produzioni e mercati a partire dalle crisi finanziarie del 2008 e 2011; a queste si aggiungono le gravi conseguenze della crisi climatica che già pesa in maniera significativa sui sistemi agricoli per effetto della siccità e aumento dei fenomeni meteorologici estremi.
Il WWF, per anticipare il lancio della Campagna Food4Future, che mostra come il nostro futuro e quello del Pianeta dipendano in gran parte dalle scelte che facciamo a tavola e da un sistema alimentare sostenibile, vuole spiegare in maniera semplice le vere ragioni che generano l’attuale insicurezza alimentare e come è più opportuno affrontarla creando un sistema agroalimentare resiliente e equo anche in situazione di crisi.

1. È vero che la guerra ha messo in crisi il sistema agroalimentare italiano?
NO: gli effetti della crisi collegata alla guerra in Ucraina sui sistemi agroalimentari in Italia sono limitati solo ad alcune materie prime che il nostro Paese importa dall’est dell’Europa, in particolare mais e olio di girasole. L’unico settore che avrà delle ripercussioni dirette è quello zootecnico, grande consumatore di mais: in UE il 70% delle materie prime per i mangimi degli animali (fra cui mais) è infatti di origine extra UE. Anche in Italia maggior parte (oltre l’80%) del mais è destinata all’uso zootecnico e solo la restante parte è utilizzata per altri impieghi. Oltre alla perdita del maisucraino (da cui proviene quasi la metà del mais importato in Europa e il 13% di quello importato in Italia), è stato annunciato il blocco delle esportazioni di mais anche dall’Ungheria per tutelare la domanda interna, ma anche per speculazioni finanziarie legate all’aumento dei prezzi sul mercato globale. L’Ungheria con circa il 35% è il principale fornitore di mais per l’Italia. Le importazioni di mais dell’Italia rappresentano poco meno del 50% della domanda interna, in aumento da alcuni anni in conseguenza del crollo delle superfici a mais in Italia. Gli agricoltori italiani hanno, infatti, smesso di produrre mais per la filiera zootecnica per il suo basso prezzo sul mercato, preferendo altre colture in grado di garantire redditi più alti. Il risultato di queste scelte, dettate solo dalla logica del massimo profitto, è la perdita dell’autosufficienza nella produzione di mais in Italia, ridotta in un decennio al 50% del fabbisogno totale.
Anche la filiera dell’olio di girasole (usato per conserve, prodotti da forno, salse, fritture) risentirà degli effetti della guerra, perché l’Ucraina detiene il 60% della produzione e almeno il 75% dell’export mondiale e rappresenta il principale coltivatore di girasoli al mondo. L’olio di girasole può essere però sostituito con altri oli vegetali disponibili sul mercato.

2. È vero che quest’anno avremo carenza di grano e cereali a causa della crisi ucraina?
NO: le aziende agroalimentari italiane importano dall’Ucraina una ridotta quantità di grano, il 5% del proprio fabbisogno, che può essere agevolmente soddisfatto dalla produzione europea di frumento che supera attualmente la domanda interna degli Stati membri dell’Unione. L’aumento del costo del grano, duro e tenero, è in atto da ben prima del conflitto in Ucraina ed è causato da una parte dalle speculazioni finanziarie e dall’altra dalla riduzione delle produzioni in Canada, come conseguenza della siccità che ha colpito il nord America nella stagione 2020-21. Nel 2022 eventuali carenze di grano o altri cereali in Italia potrebbero essere generate dalla grave siccità che sta colpendo il nostro Paese e che avrà ripercussioni sul raccolto di quest’ estate. I Paesi più vulnerabili agli effetti della guerra, per la loro forte dipendenza dalle importazioni di frumento dall’Ucraina e dalla Russia, sono quelli del nord Africa, un problema questo che dovrà essere affrontato dalla FAO, trovando fonti di approvvigionamento alternative. Gli agricoltori dovrebbero preoccuparsi maggiormente degli effetti di medio e lungo periodo del cambiamento climatico, non solo per l’aumento della siccità e della frequenza e intensità degli eventi meteorologici estremi, ma soprattutto per gli effetti ripetuti nel tempo sulle produzioni agricole.

3. Le speculazioni finanziarie stanno condizionando la produzione di materie prime agroalimentari?
SÌ: una delle possibili cause della crisi del settore agroalimentare, determinata dall’aumento dei prezzi delle materie prime, oltre che dei carburanti e dei fertilizzanti chimici di sintesi, è da individuare senz’altro nella speculazione finanziaria. Vi è una differenza sostanziale nella logica d’azione degli operatori commerciali tradizionali da quelli finanziari. I primi prendono le loro decisioni di acquisto e vendita dei “futures”(contratti che stabiliscono l’impegno da parte dei contraenti a vendere e acquistare una certa quantità di merce ad una data futura per un prezzo stabilito) principalmente in base alle previsioni dei livelli di produzione delle materie prime agricole, sulla base degli andamenti della domanda e sulle informazioni relative alla consistenza delle riserve esistenti. Gli operatori finanziari sono guidati, invece, da logiche svincolate dai livelli della produzione agricola, seguendo esclusivamente le intenzioni di vendita o acquisto dei titoli che sono di breve o brevissimo termine. Un aumento del valore dei “futures” induce coloro che li posseggono a ritardarne la vendita per poter realizzare maggiori ricavi in futuro grazie all’aumento dei prezzi. Il risultato complessivo è che i prezzi salgono ancora di più perché l’offerta cala e la domanda cresce, indipendentemente dalla produzione agricola reale, solo per effetto delle strategie di acquisto e vendita dei titoli. Si creano così bolle speculative dove l’andamento dei prezzi delle materie prime non riflette le tendenze reali della produzione agricola, ma segue le transazioni dei relativi titoli finanziari.

4. Le lobby dell’agricoltura convenzionale stanno strumentalizzando la crisi legata alla guerra?
SÌ: le Associazioni agricole a livello europeo e nazionale stanno utilizzando le difficoltà collegate alla guerra in Ucraina, amplificandole, senza vere motivazioni oggettive sostenute da dati che dimostrino il rischio di una reale crisi alimentare nel nostro Paese e in Europa. L’obiettivo è fare pressione sui decisori politici per cancellare o ridimensionare le norme ambientali della nuova Politica Agricola Comune (PAC) e gli obiettivi delle due Strategie UE del Green Deal, “Farm to Fork” e “Biodiversità 2030”. Queste due Strategie dell’UE prevedono, entro il 2030, la riduzione del 50% dell’uso dei pesticidi e antibiotici, la riduzione del 20% dell’uso dei fertilizzanti chimici di sintesi, l’aumento fino al 25% – a livello europeo – della superficie agricola utilizzata (SAU) per l’agricoltura biologica e la creazione di aree destinate alla conservazione della natura nel 10% delle superfici agricole. Sono tutti obiettivi che impattano sugli interessi economici dell’agroindustria, legati alla produzione di pesticidi e concimi chimici, nonché alla produzione agricola intensiva in generale. Per questo motivo, le potenti lobby agricole hanno cercato di ostacolare queste Strategie europee fin dalla loro presentazione ufficiale, il 20 maggio 2020, riuscendo a condizionare la recente riforma della PAC, evitando fino ad oggi di rendere questi obiettivi ambientali vincolanti per gli Stati membri. La nuova PAC contiene, comunque, alcune novità importanti, utili per l’attuazione delle due Strategie UE, tra cui l’obbligo delle rotazioni delle colture e l’obbligo di destinare alla conservazione della natura almeno il 4% delle superfici utilizzate per i seminativi, ma solo per le aziende che hanno una SAU superiore ai 10 ettari. La guerra in Ucraina ha offerto l’occasione per chiedere l’eliminazione di queste norme ambientali della PAC.

5. È importante ridare spazio alla natura nelle aziende agricole?
SÌ: L’agricoltura è il settore economico che più dipende dai “servizi ecosistemici”, ovvero da quella serie di benefici che i sistemi naturali generano a favore delle società umane, come la formazione del suolo, la fornitura di acqua, la regolazione del clima, l’impollinazione e tanti altri. È evidente che molti di questi servizi, che dipendono dalla biodiversità, sono essenziali per garantire la stessa produttività agricola. L’Agenzia Europea per l’Ambiente ha documentato come, per assicurare la stabilità degli agroecosistemi dai quali dipendono tutte le produzioni di cibo e materie prime agricole, sarebbe necessario destinare nelle aziende agricole almeno il 10% delle superfici alla conservazione della biodiversità naturale e dei suoi relativi servizi. Questo obiettivo è stato pertanto inserito nella Strategia Biodiversità 2030 dell’UE, che ha sostanzialmente recepito le indicazioni fornite dalla scienza. Le aree dedicate alla natura nelle aziende agricole non sono aree incolte improduttive, sono invece aree dove si producono e mantengono i servizi ecosistemici indispensabili per l’agricoltura stessa, come nel caso della conservazione degli insetti impollinatori che hanno necessità di queste aree naturali per la loro alimentazione e riproduzione.

6. Il cambiamento climatico sta già influenzando le produzioni agricole?
SÌ: i periodi di siccità prolungata, che riducono i raccolti o fanno aumentare a dismisura i costi di produzione, e l’aumento nella frequenza e nell’intensità degli eventi meteorologici estremi (come alluvioni, grandinate, gelate tardive) impattano direttamente sulle colture agricole in campo. L’ultimo rapporto dell’IPCC (Intergovernmental Panel on Climate Change, il principale organismo internazionale per la valutazione dei cambiamenti climatici) presentato il 28 febbraio 2022 e dedicato agli “impatti, adattamento e vulnerabilità” connessi al cambiamento climatico, identifica quattro categorie di rischi- chiave per l’Europa: 1) maggiore frequenza e intensità delle ondate di calore su popolazioni ed ecosistemi; 2) scarsità della produzione agricola a causa di una combinazione di caldo e siccità; 3) scarsità di risorse idriche nell’Europa meridionale; 4) maggiore frequenza e intensità delle inondazioni. Tre di queste categorie di rischio su quattro hanno impatti diretti e indiretti sulla produzione agricola, già oggi evidenti. Nella scorsa estate, per esempio, il comparto frutticolo italiano ha avuto – a causa del cambiamento climatico – una perdita media complessiva del 27%.

7. Consumare meno carne è un fattore di sicurezza per tutto il comparto agroalimentare?
SÌ: attualmente il 70% della superficie agricola utilizzata in Europa è dedicata a materie prime destinate ai mangimi per la zootecnia intensiva, necessari per sostenere una produzione e una domanda crescenti di carni, salumi, formaggi, latticini, uova e pellami per l’abbigliamento e l’industria manifatturiera. Nonostante l’uso di questa grandissima percentuale di superficie agricola, il mercato delle materie prime destinate alle filiere zootecniche dipende anche, e sempre più, dalle importazioni da Paesi extra UE, rendendosi responsabile della deforestazione e distruzione di ecosistemi nelle aree più ricche di biodiversità del nostro Pianeta, come avviene in Sud America con l’estendersi incessante delle coltivazioni di soia e di pascoli per l’allevamento dei bovini da carne. La zootecnia, inoltre, è la principale responsabile delle emissioni di gas climalteranti da parte dell’agricoltura, dove un ruolo importante lo ha il metano, generato dal metabolismo degli animali allevati e dalla gestione delle deiezioni zootecniche responsabili anche del grave inquinamento da nitrati di suoli e corsi d’acqua. L’Italia importa dall’estero il 90% della soia e il 50% del mais, materie prime utilizzate in larga parte per la produzione di mangimi per la zootecnia. Questa dipendenza dall’estero incide significativamente sui prezzi, che registrano un continuo aumento per tutte le materie prime utilizzate per i mangimi, con rialzi in alcuni casi anche superiori al 100%. L’Europa e con essa l’Italia hanno fortemente puntato sulla zootecnia intensiva attirate dalla maggiore redditività per le aziende agricole. In realtà i margini di guadagno economico per le aziende zootecniche si sono ridotti sempre di più nell’ultimo decennio e la loro sopravvivenza dipende oggi solo dai consistenti sussidi pubblici della PAC dell’UE.
Ridurre la domanda di carne e prodotti di origine animale consentirebbe di ridimensionare il comparto della zootecnia intensiva, con una riduzione del numero di animali per allevamento a favore di una produzione animale più estensiva, basata sul pascolo. La superficie agricola liberata dalle produzioni destinate alla zootecnia potrebbe essere così destinata a produzioni alimentari per uso umano diretto.

8. È corretto sostenere che bisogna intensificare sempre di più le produzioni per aumentare la sicurezza alimentare?
NO: l’agricoltura intensiva, basata sulle pratiche convenzionali dipendenti dagli input chimici (fertilizzanti e pesticidi), motivata dalla massimizzazione dei profitti, promette di “sfamare il mondo” producendo grandi quantità di beni alimentari omogenei (“commodities”) con bassi costi di produzione, in modo che possano essere distribuiti da catene logistiche globalizzate. Questo sistema, apparentemente efficiente, funziona però a scapito dei sistemi naturali – che sostengono tutta l’agricoltura – ed è fortemente dipendente, direttamente e indirettamente, dalle fonti energetiche fossili per la produzione di fertilizzanti chimici e pesticidi, per l’utilizzo dei mezzi meccanici, per le filiere logistiche globali. Di conseguenza, qualsiasi fattore che determini crisi negli approvvigionamenti delle materie prime o comporti un aumento dei costi di carburanti, energia o fertilizzanti chimici, ha ripercussioni immediate sui costi di produzione e sui prezzi di mercato, che condizionano anche l’accessibilità del cibo ad un prezzo equo per tutti i cittadini, in particolare nei Paesi più poveri. L’intensificazione della produzione non è sostenibile nel lungo termine sia per gli elevati impatti sull’ambiente, sul clima e sulla biodiversità, sia per la dipendenza dai mercati globali, resi sempre vulnerabili dalle speculazioni finanziarie basate sulle transazioni a livello internazionale delle materie prime agricole.

9. L’agroecologia propone delle soluzioni praticabili?
SÌ: l’agroecologia è la scienza che applica i concetti e i principi dell’ecologia per progettare e gestire sistemi agro-alimentari sostenibili. È nel contempo una disciplina scientifica, un movimento, un insieme di pratiche che guarda all’intero sistema alimentare, per raggiungere obiettivi di produttività, stabilità, sostenibilità, per costruire nuove relazioni ed equilibri tra risorse naturali disponibili, agricoltura ed esigenze della società. Il WWF promuove l’agroecologia quale pratica che contribuisce a regimi alimentari sani, sostenibili, equi, accessibili, diversificati, stagionali e culturalmente appropriati. Rafforzare la vitalità degli ecosistemi nelle zone rurali, attraverso una rinaturalizzazione delle campagne, una migliore integrazione di zootecnia e agricoltura e una riduzione degli input chimici in campo, consente di creare sistemi produttivi integrati e resilienti, capaci di garantire una migliore sicurezza alimentare in tempi di crisi, così come un’equa redditività agli imprenditori agricoli. L’agroecologia si basa sulle migliori conoscenze scientifiche disponibili e sull’esperienza e competenza degli agricoltori, promuovendo comunità di pratiche innovative e sostenibili. L’attenzione ai sistemi locali riduce la dipendenza dall’importazione delle materie prime agricole e aumenta la resilienza dei sistemi agroalimentari. Nell’approccio agroecologico è importante anche il ruolo della zootecnia sostenibile, all’interno di ogni singola azienda agricola o di un comprensorio territoriale locale, per favorire la vitalità del suolo e la presenza di sostanza organica e incrementare il livello di biodiversità nei sistemi agricoli.

10. È vero che bisogna puntare sulle filiere corte?
SÌ: le filiere corte, basate sulla relazione diretta tra agricoltori e consumatori nei territori, sono un aspetto importante dell’approccio agroecologico, in quanto favoriscono la multifunzionalità delle aziende agricole garantendo maggiori margini economici nel rapporto costi di produzione e entrate derivanti dalla vendita diretta, spesso per prodotti trasformati ad elevato valore aggiunto (conserve, salumi, formaggi e latticini). Le filiere corte possono essere importanti per garantire al sistema agricolo una maggiore flessibilità e una rispondenza alla domanda locale, con una minore dipendenza dalle filiere logistiche globali e dalle importazioni dall’estero delle materie prime, ma solo quando l’azienda agricola è gestita secondo i criteri dell’agroecologia, come nel caso delle aziende agricole biologiche. Tuttavia i sistemi agroalimentari locali a filiera corta non sarebbero mai in grado di soddisfare completamente i fabbisogni alimentari di un Paese con milioni di abitanti, in particolare quando esiste una forte concentrazione della popolazione nelle città lontane dalle aree agricole. È, quindi, necessario ricercare il giusto equilibrio tra produzioni locali diversificate e filiere agroindustriali sostenibili, creando relazioni con reti diffuse di produttori a livello nazionale ed europeo, riducendo la dipendenza dalle importazioni da Paesi extra UE e fissando criteri di sostenibilità ambientale, sociale ed economica nella produzione delle materie prime.
Il governo italiano, fino ad oggi, non ha promosso una vera transizione ecologica della nostra agricoltura, ma, piuttosto, ha accolto le richieste delle associazioni agricole e zootecniche e dei grandi gruppi industriali dell’agrochimica, gli stessi che producono quegli input di sintesi necessari per l’agricoltura convenzionale.
Questa impostazione è stata confermata con la redazione di un Piano Strategico Nazionale (PSN) della PAC post 2022 non adeguato alla transizione ecologica della nostra agricoltura. Una visione che non guarda al futuro della nostra agricoltura che evidenzia una scarsa percezione dei rischi connessi alle crisi ambientali globali. Unica nota positiva della politica agricola del nostro governo è l’investimento sull’agricoltura biologica con un obiettivo al 2030 superiore rispetto alla media europea del 25%, indicato dalle Strategie UE “Farm to Fork” e “Biodiversità 2030”.

FONTE: I falsi miti sulla sicurezza alimentare | WWF Italia


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Il clima ci metterà a dieta. Meno caffè, meno cacao e soprattutto meno carne. Lo racconta la BBC.


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Raccolta cacao in Colombia. Foto di Elias Shariff Falla Mardini da Pixabay

Pubblichiamo la traduzione di un articolo rilevante della BBC

Gli alimenti quotidiani che potrebbero diventare un lusso. Ma non è sempre stato così – l’aragosta si è fatta strada partendo da umili origini per poi diventare una prelibatezza gastronomica. Nel 18° secolo, infatti, l’aragosta era considerata un cibo altamente indesiderabile, che le famiglie benestanti evitavano. Il crostaceo era così abbondante lungo la costa orientale degli Stati Uniti che veniva usato come fertilizzante e servito nelle prigioni. Il politico del Kentucky John Rowan scherzava: “I gusci di aragosta in una casa sono considerati segni di povertà e di degrado”. Fu lo sviluppo delle ferrovie negli Stati Uniti che trasformò l’aragosta in un lusso. Gli operatori ferroviari decisero di servire l’aragosta ai loro passeggeri benestanti, che non erano a conoscenza della cattiva reputazione di questi frutti di mare. E questi si abituarono al gusto all’aragosta e la introdussero nelle città, dove apparve nei menu dei ristoranti costosi. Alla fine del XIX secolo, l’aragosta aveva ormai consolidato il suo status di cibo di lusso. Cosa determina quali alimenti sono di lusso? La scarsità e il prezzo giocano entrambi un ruolo importante. Come le aragoste, le ostriche sono state a lungo associate a cene raffinate e occasioni speciali, soprattutto a causa del loro prezzo elevato. Ma non hanno sempre goduto di questo status. Le ostriche venivano mangiate dai più poveri della società nel 19° secolo. “Erano così abbondanti ed economiche che venivano aggiunte agli stufati e alle torte per ingrassarle”, dice la storica dell’alimentazione Polly Russell. All’inizio del 20esimo secolo, le scorte di ostriche in Inghilterra iniziarono a diminuire a causa della pesca eccessiva e dell’inquinamento da rifiuti industriali. Man mano che diventavano più scarse, il loro status aumentava e venivano viste come qualcosa di speciale, dice Russell. Successe il contrario con prodotti come lo zucchero e il salmone, che erano difficili da trovare e disponibili solo per i ricchi. Questi alimenti hanno perso la loro “aura di lusso” nel corso del tempo quando ne è iniziata la coltivazione industriale e di conseguenza sono diventati meno scarsi, spiega Richard Wilk, professore emerito di antropologia presso l’Indiana University. Molta frutta e verdura era molto più scarsa di oggi. Frutti come fragole e lamponi erano disponibili solo d’estate, ma ora possiamo comprarli tutto l’anno. “Tutto ciò cambia la percezione del lusso”, dice Peter Alexander, ricercatore senior in agricoltura globale e sicurezza alimentare all’Università di Edimburgo. La nostra ossessione per l’approvvigionamento di cibi scarsi e di lusso ha un prezzo elevato per il pianeta. Quando una particolare specie di pesce o di frutti di mare diventa più scarsa, il prezzo sale. L’aumento del valore dà alle persone un incentivo a pescare ancora di più e a catturare le specie rimanenti, il che può portare a una spirale di estinzione, dice Wilk. Quando e dove mangiamo certi cibi determina anche il loro valore. “Il contesto alimentare è davvero importante per creare il desiderio“, dice Esther Papies, professore di psicologia sociale all’Università di Glasgow, notando che i cibi di lusso sono spesso associati a occasioni speciali, come mangiare nei ristoranti o nelle feste. Gli studi dimostrano che essere in un ambiente associato al cibo costoso può aumentare l’attrattiva del cibo o della bevanda tipicamente consumata lì e la disponibilità delle persone a pagare di più. Uno studio recente ha scoperto che il desiderio delle persone per il sushi aumentava se lo mangiavano in un ristorante di sushi, piuttosto che sulla spiaggia. Anche i ricordi positivi e calorosi della condivisione di un pasto con gli altri aumentano il valore di certi cibi, dice Papies. Spesso i cibi di lusso sono condivisi con amici e familiari, per esempio a Natale. Durante le serrate di Covid-19, sperimentare il cibo con altre persone è diventato un lusso in sé, nota Russell. “La gente aveva voglia di cucinare insieme e mangiare in modo sociale”, dice. “In un mondo in cui le risorse sono scarse e la disponibilità di cibo è precaria, l’esperienza di mangiare insieme potrebbe diventare un lusso“.

I prossimi alimenti di lusso

Mentre storicamente alcuni alimenti come il caffè, il cioccolato e le spezie erano articoli di lusso, oggi questi alimenti sono prodotti base del supermercato in molti paesi sviluppati. Tuttavia, l’aumento delle temperature e l’inaffidabilità delle precipitazioni potrebbero cambiare la situazione nei prossimi decenni. Il caffè era una volta una prelibatezza poco conosciuta, usata per i rituali religiosi in Etiopia, prima che i commercianti occidentali portassero la bevanda aromatica nei loro paesi d’origine nel 17° secolo e la servissero nelle case del caffè, popolari tra gli spedizionieri, i broker e gli artisti. Dopo che gli olandesi si assicurarono delle piantine, la coltivazione del caffè si espanse rapidamente in tutto il mondo e divenne una bevanda popolare e quotidiana. Oggi, cioccolato e caffè rischiano di nuovo di diventare costosi e inaccessibili. “Il cioccolato e il caffè potrebbero diventare di nuovo alimenti di lusso a causa del cambiamento climatico”, dice Monika Zurek, ricercatrice senior presso l’Environmental Change Institute dell’Università di Oxford. Vaste fasce di terra in Ghana e Costa d’Avorio potrebbero diventare inadatte alla produzione di cacao se l’aumento della temperatura globale raggiunge i 2C, secondo uno studio del 2013. “Il cacao una volta era per i re e per nessun altro. Il cambiamento climatico sta colpendo duramente le aree di produzione… potrebbe diventare di nuovo di lusso”, dice Zurek. Secondo uno studio del 2015, il cambiamento climatico potrebbe spazzare via la metà della terra usata per coltivare il caffè in tutto il mondo entro il 2050. Un altro studio suggerisce che le aree adatte alla coltivazione del caffè in America Latina potrebbero diminuire dell’88% entro il 2050 a causa dell’aumento delle temperature. Per migliaia di anni, le spezie sono state l’epitome della ricchezza e del potere. La domanda di spezie aromatiche ha innescato le prime rotte commerciali globali, stabilito vasti imperi e definito l’economia mondiale. Oggi le spezie sono onnipresenti e spesso sono gli articoli più economici sugli scaffali dei supermercati. Ma potrebbero tornare ad essere articoli di lusso, dice Zurek.Le colture di spezie stanno già sopportando il peso del cambiamento climatico. Le alte precipitazioni e l’umidità forniscono terreno fertile per parassiti come gli afidi e malattie come l’oidio.

Spezie al mercato

Le preziose spezie in un mercato. Foto di Peter H da Pixabay

Nel Kashmir, la più grande regione indiana per la coltivazione dello zafferano, le condizioni di siccità hanno devastato i raccolti della lussureggiante coltura viola. La produzione di vaniglia in Madagascar è stata colpita da condizioni meteorologiche estreme negli ultimi anni. Un ciclone ha devastato il 30% del raccolto dell’isola nel 2017, mandando i prezzi a un livello record di 600 dollari (434 sterline) al chilogrammo, rendendo brevemente la spezia più costosa dell’argento. “Il pericolo che i prodotti di tutti i giorni diventino oggetti di lusso è scoraggiante”, dice Monique Raats, direttore del Food, Consumer Behaviour and Health Centre dell’Università del Surrey. “Molti alimenti potrebbero diventare fuori portata per molte persone”.

Allontanarsi dalla carne

Non sono solo gli impatti climatici e la scarsità che potrebbero trasformare gli alimenti quotidiani in articoli di lusso. Anche il cambiamento dei comportamenti e dei gusti delle persone avrà un impatto sullo status di questi alimenti. “Un altro modo di pensare al cibo di lusso è come qualcosa che non si dovrebbe mangiare spesso e in quantità”, dice Raats, citando la carne come esempio principale. La carne, che attualmente fa parte di un pasto regolare per molte persone, è probabile che diventi un articolo di lusso nei prossimi decenni, dato che più persone adottano una dieta a base vegetale per ridurre la loro impronta di carbonio, dice. La gente potrebbe anche fare questa mossa a causa del volume di terreno agricolo occupato dalla produzione di carne, che potrebbe non essere più praticabile con l’aumento della popolazione mondiale. Mangiare carne potrebbe diventare socialmente inaccettabile e visto in una luce simile al fumo, dice Alexander. “Si potrebbe arrivare a un punto in cui mangiare un hamburger non è una cosa cool da fare con i tuoi amici”. Ma arrivare a quel punto non è semplice, dice Papies. “Mangiare carne è la norma – diventa parte dell’identità nazionale. Deviare da questo è difficile”, dice, aggiungendo che molti vegani e vegetariani lottano con il fatto che devono spiegare, o giustificare, perché non mangiano carne. Il veganismo, in particolare, sembra suscitare forti sentimenti, che vanno dall’irritazione alla rabbia appassionata (Leggi di più da BBC Future sui pregiudizi nascosti che guidano l’odio anti-vegano). Fornire una maggiore esposizione alle opzioni senza carne, nella pubblicità e nei negozi, potrebbe aiutare ad affrontare la lotta di identità vissuta da molti vegani e vegetariani, dice Papies. “Aiuterebbe a rendere il tutto più equo”.

Il vero costo del nostro cibo

Nel tentativo di abbassare le loro emissioni, i paesi potrebbero anche scegliere di tassare la carne in futuro come molti hanno fatto con lo zucchero, dice Alexander. Questo aumenterebbe i prezzi della carne e la renderebbe più un prodotto di lusso. L’allevamento di animali è responsabile del 14,5% delle emissioni globali di gas serra e la produzione di carne rossa rappresenta il 41% di queste emissioni. La produzione globale di carne bovina produce emissioni pari a quelle dell’India e richiede 20 volte più terra per grammo di proteina commestibile rispetto alle colture ricche di proteine, come i fagioli. Secondo l’Organizzazione delle Nazioni Unite per l’Alimentazione e l’Agricoltura, “c’è un preoccupante scollamento tra il prezzo al dettaglio del cibo e il vero costo della sua produzione” in molti paesi. “Di conseguenza, il cibo prodotto con un grande costo ambientale sotto forma di emissioni di gas serra, inquinamento dell’acqua, inquinamento dell’aria e distruzione dell’habitat, può apparire più economico di alternative prodotte in modo più sostenibile”, ha scritto l’organismo delle Nazioni Unite in un rapporto sulla sostenibilità agricola. Quando mangiamo una bistecca, non stiamo pagando per il degrado ambientale causato dall’industria della carne, dice Alexander. “Non stiamo valutando questi risultati e pagando per essi quando consumiamo carne. Una tassa sulla carne rifletterebbe alcuni di questi impatti ambientali dannosi, ma rimane politicamente impopolare. “Questo potrebbe cambiare”, dice Alexander, poiché più persone vedono la carne come “qualcosa che non possiamo permetterci di mangiare, in termini di sostenibilità”. “Speriamo che nel prossimo futuro avremo prezzi più accurati e sussidi agricoli che riflettano il cibo che produciamo e ci aiutino a creare un sistema più sostenibile”, dice Papies.

 


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Chi ci paga l’hamburger? Una ricerca di Demetra per LAV svela il costo vero della carne

La ricerca di Demetra per Lav sui costi della carne In Italia

Il fatto che il prezzo della carne non sia quello che leggiamo sullo scontrino è una realtà non chiara a tutti. Le etichette riportano ovviamente dati in merito. Eppure per produrre proteine animali si inquina, si consumano risorse come suolo e acqua in quantità spropositate e vegetali, che potrebbero essere destinati al consumo umano. In più si costringono alla sofferenza e a una misera esistenza animali nati unicamente per essere uccisi al più presto. A fare chiarezza su questo tema ci ha pensato la ricerca L’insostenibile impatto della carne in Italia realizzata per LAV da Demetra, società di consulenza in ambito di ricerca scientifica sulla sostenibilità. Una sintesi di questo inedito studio è scaricabile gratuitamente. Chiunque desideri aumentare la propria consapevolezza potrà apprendere, per esempio, come ogni cittadino italiano perda 2,3 giorni all’anno di vita mangiando un alimento che danneggia la propria salute. Scoprirà che con le nostre tasse finanziamo gli allevamenti intensivi, che acidificano il terreno, consumano suolo, rilasciano particolato nell’atmosfera. Dei 400 miliardi di euro destinati all’agricoltura dall’UE in sette anni ben il 75% è stato destinato agli allevamenti intensivi. In Italia, secondo la ricerca, il nostro consumo medio di carne al giorno 128 g provoca danni per 37 miliardi, pagati dalla collettività. Di questa situazione insostenibile sembra averne preso atto Roberto Cingolani,  il nuovo ministro della Transizione Ecologica quando ha dichiarato:  «L’agricoltura intensiva pone problemi. Ci ha consentito di vivere più a lungo, ma ha comportato una notevole alterazione dell’ecosistema. Sappiamo che chi mangia troppa carne subisce impatti sulla salute: si dovrebbe diminuire la quantità di proteine animali, sostituendole con quelle vegetali. D’altro canto, la proteina animale richiede sei volte l’acqua della proteina vegetale, a parità di quantità. Gli allevamenti intensivi producono il 20% della CO2 emessa a livello globale». Le sue parole hanno suscitato un’indignata reazione di Assocarni, che ha cercato di difendere gli allevamenti italiani come più sostenibili di altri.

Giulia Innocenzi a TVC 2016 con Paola Maugieri, Gabriele Eschenazi e Pietro Leemann

Peccato che gli allevamenti intensivi siano uguali in tutto il mondo e che il nostro paese in ogni caso non è autosufficiente nei consumi della carne, che sono coperti da importazioni dall’estero e questo avviene anche per confezionare una bandiera del Made in Italy come il prosciutto crudo. Sul tema sollevato dalla ricerca della LAV è stato organizzato online da Il Fatto Quotidiano un dibattito, al quale ha partecipato la giornalista Giulia Innocenzi, già ospite di The Vegetarian Chance nell’edizione del 2016 a Milano al MUDEC. In conclusione del suo intervento Giulia Innocenzi ha sottolineato come mai nessuna legge potrebbe costringere le persone a cambiare dieta. Sarebbe invece possibile far pagare il giusto prezzo a chi sceglie di alimentarsi con la carne ed evitare di sovvenzionare una produzione alimentare dannosa per l’ambiente. Si fa per l’energia, per le automobili, per la plastica. Perché non si può fare per il cibo?, si domanda Giulia.