Per conoscere la dura realtà di un allevamento intensivo di solito non c’è nulla di più impressionante che visitarlo di persona o vederne le immagini. Può succedere, però, che la parola possa avere più forza di un filmato o di una fotografia. È quello che avviene con il libro di Giulia Innocenzi, Tritacarne ( Rizzoli, 2016). Impossibile rimanere insensibili di fronte al racconto di mucche malate e stremate che non riescono più ad alzarsi da terra prima di diventare hamburger di “sola carne italiana”, sapere che le galline in allevamento a terra sono più malate di quelle in gabbia, che le scrofe vivono la loro misera vita in una gabbia ristretta dove cibo e feci coesistono a breve distanza. La giornalista non ci risparmia nulla e si addentra in particolari che ha studiato e visto da vicino durante visite personali negli allevamenti. Definitivamente in crisi finiscono anche due miti: il primo è che il prodotto italiano sia per definizione migliore di altri, il secondo è che da noi col cibo non si scherzi e i controlli siano certi e severi. Giulia Innocenzi ci rivela, per esempio, che in Europa l’Italia è in testa alle classifiche per uso di antibiotici negli allevamenti animali. Il 70% degli antibiotici in commercio nel nostro paese è destinato agli animali negli allevamenti, ai quali ne viene somministrata una media annua di trecento milligrammi per chilo. Questo uso spropositato di antibiotici è causa di pericolosi fenomeni di antibiotico resistenza negli stessi animali e poi negli uomini, che si cibano della loro carne, ma questi ingredienti nocivi non sono segnalati nelle etichette del cibo che acquistiamo. Tritacarne “mette sul piatto” verità scomode, la spiegazione reale e inquietante su come sia possibile oggi per gli italiani consumare 92 kg di carne a persona all’anno contro i 25 kg, che consumavamo negli anni ’50 e per di più a prezzi più bassi. Alcune anticipazioni dei contenuti del libro erano state date da Giulia Innocenzi nel giugno scorso quando partecipò alla tavola rotonda di The Vegetarian Chance. Battersi, come fa Giulia Innocenzi, contro allevamenti malsani e speculazioni alimentari è una battaglia che riguarda tutti e non solo i vegetariani. Per questo sono tanto più incomprensibili e insensate gli attacchi, dei quali la reporter è stata vittima dopo la pubblicazione del libro

Giulia Innocenzi alla tavola rotonda di The Vegetarian Chance l’11 giugno 2016


La scomparsa del professor Umberto Veronesi lascia una grande vuoto nel mondo della medicina, ma anche in chi si batte in favore dell’alimentazione vegetariana. Veronesi, con i suoi scritti e il suo esempio personale, aveva messo chiaramente in relazione la cura della propria salute con le scelte alimentari. Ne è testimonianza il suo best seller Verso la scelta vegetariana. Il tumore si previene anche a tavola (Giunti, 2011). È stato un medico all’avanguardia, capace di guardare al futuro, di non rimanere ancorato alle convenzioni, mai rassegnato, sempre capace di trasmettere fiducia e speranza ai malati. Questo suo spirito libero è stato quello che lo ha anche guidato nelle sue prese di posizione in favore della laicità dello stato e della liberà di scelta delle persone a prescindere dalla propria fede. Scegliere di essere vegetariani significa anche essere laici, cioè capaci di non essere ancorati ad abitudini alimentari ereditate senza consapevolezza e senza coscienza di sè stessi e del mondo. La lezione di Veronesi non andrà perduta e ognuno nel suo ambito, medico, sociale e alimentare che sia, ne farà tesoro.
