Di fronte a una sala gremita si è svolto il 24 settembre il dibattito su L’universo vegano: pro e contro di uno stile di vita. Partecipanti: Giorgio Calabrese, Pietro Leemann, Gabriele Eschenazi e Luca Ferrua. Potete rivedere qua tutto il dibattito:
Il confronto si è svolto in un’atmosfera di reciproco rispetto per le diverse posizioni con il dottor Calabrese, che non ha avuto difficoltà ad ammettere come i medici spesso non siano preparati sulle diete da prescrivere ai pazienti. Non è, infatti, raro che alla domanda “Dottore cosa dovrei mangiare?” il medico risponda genericamente: “Un po’ di tutto con moderazione!”. In realtà il cibo non è solo un nutrimento, ma è una vera e propria medicina come, non a caso, crede fermamente chi è vegetariano o vegano. Al mattino a Torino Esposizioni si è svolto nel quadro dei Forum di Terra Madre coordinato da Marco del Pistoia l’incontro: Slow Beans, la riscoperta dei legumi. Primo degli oratori il giapponese Koyuro Saito, che ha raccontato il suo progetto di produzione biologica di soia a Miyatoyama. Da quella soia si producono salsa Shoyu e Miso, condimenti sempre più diffusi e spesso prodotti con soia di dubbia provenienza e qualità. Ruta Beirote dalla Lettonia ha raccontato il suo progetto per educare i bambini lettoni alla bellezza dei legumi locali, coloratissimi e di molteplici dimensioni.

I coloratissimi fagioli della Lettonia
Joseph Sabates, agricoltore e chef spagnolo, ha illustrato le qualità dei fagioli bianchi Les Mongetes, prodotti a pochi chilometri a nord di Barcellona nella regione di El Valleès, un esempio di agricoltura di prossimità. Sabates ha anche criticato i cuochi che nel scegliere i legumi preferiscono sempre e solo quelli che si disfano in pappette come i “piselli lacrima”. Lo chef peruviano Adolfo Perret ha esposto quanto fa in patria per recuperare dalla cultura antica alimenti vegetali nutrienti come il Tarwi, lupino peruviano. Si è poi soffermato nell’illustrare le virtù dei legumi: contengono pochi grassi, poco sodio, niente colesterolo e glutine, molto ferro, molte proteine, fibre e vitamine, crescono in terreni argillosi con poca acqua, si raccolgono due volte all’anno, si conservano a lungo e costano poco. Il medico nutrizionista Ligia Dominguez, docente all’Università di Palermo, ha sottolineato come i legumi siano un alimento perfetto per la loro ricchezza di nutrienti. Oggi ha detto Ligia Dominguez l’80% della spesa sanitaria mondiale è usata per combattere le malattie del benessere, malattie neurovegetative causate da una diffusa cattiva alimentazione basata su cibi ricchi di calorie e vuoti di nutrienti. Riferendosi alla sua cultura sudamericana la dottoressa Dominguez ha raccontato come i nativi americani coltivavano in sinergia fagioli, mais e zucca, che erano da loro considerate “le tre sorelle”, la base della vita. Nel corso del dibattito col pubblico a nome di The Vegetarian Chance Gabriele Eschenazi ha posto l’accento sull’impiego sempre più diffuso dei legumi nella dieta vegetariana anche per elaborare prodotti quali il latte di soia, il tofu, gli hamburger e le polpette vegetali, le creme come il hummus. Di fatto i legumi entrano sempre più nella nostra dieta anche se facciamo ancora fatica a investire tempo e inventiva per cucinarli e gustarli.



un futuro drammatico. Non può essere una colpa essere poveri e spetta ai giovani prendere in mano il proprio futuro come cerca di fare nel suo film Katie con i suoi figli Daisy e Dylan. Un messaggio dello stesso tenore arriva dal film Zavtra more (Sea tomorrow) della regista kazhaka Katerina Suvorova presentato nella sezione La settimana della critica. «Vi apro una finestra sul lago d’Aral, un luogo dove forse non andrete mai, ma che val la pena di conoscere», ha detto Katerina al pubblico prima della proiezione. E le sue immagini parlano benissimo da sole. Raccontano di un luogo desolato, dove il lago di una volta non c’è quasi più, sostituito da una landa desertica incoltivabile per la sua alta salinità e da un accumulo enorme di rottami di navi abbandonate e rifiuti di ogni genere. La causa del suo progressivo prosciugamento è stato ai tempi dell’URSS l’iper sfruttamento a fini agricoli dei suoi affluenti, Amu Darya and Sry Daria. Il lago prosciugato non è stato però abbandonato dai kazhaki. Il documentario ci mostra un gruppo di uomini impegnato nel recupero dei rottami arrugginiti, pirati che vivono in un relitto, un vecchio giardiniere che cerca di piantare alberi nel suolo marino, un’idrobiologa che quotidianamente analizza il fango del fondale marino. E proprio quest’ultima non ha perso la speranza che il lago torni ad essere quello che era. «Dobbiamo trovare un equilibrio tra la nostra percezione dell’ambiente e la sua realtà. La nostra vita è breve e l’ambiente ha tempi lunghi», dice riferendosi al fatto che per recuperare il lago d’Aral ai suoi antichi fasti ci vorrà tempo. Intanto qualcosa è stato fatto a nord nel piccolo Aral, che nel 1987 si è diviso dal grande Aral a sud. Grazie a una diga l’afflusso di acqua è stato in parte ripristinato: sono tornati i pesci, l’acqua è quasi potabile, in futuro si potrà riaprire il porto di Aralsk e il giardinere sogna un resort per i turisti. E la stessa regista Katerina Suvurova avvolge in un abbraccio i suoi eroi. Dedicato a chi non ha smesso di lottare, scrive in cima ai titoli di coda. Di voglia di lottare, ma a modo suo, ne ha molta il ribelle adolescente protagonista del film franco/belga Vincent and the end of the world, presentato in Piazza Grande e diretto da Christophe Van Rompaey. A 17 anni Vincent, è già molto edotto sui temi del riscaldamento globale,dello sfruttamento indiscriminato delle risorse, delle multinazionali asservite alla cultura del profitto senza morale. Agisce con altri coetanei, ma è insoddisfatto di una protesta fine a sé stessa. Per questo pensa di suicidarsi e di immolarsi così sull’altare degli ideali in cui crede. I suoi tentativi vanno a vuoto e fanno impazzire la famiglia, che non lo capisce.
Il tema centrale qui, però, non è il cibo, ma il sesso, che Joy, più che ventenne, pratica in modo disinibito senza però trovare un partner, che la capisca. Lei come gli uomini che incontra è molto autoreferenziale, alla ricerca di un posto nella società. Il suo lavoro, il suo appartamento e le sue relazioni sono precarie. Ha scelto di essere vegetariana, ma al cibo dedica poca attenzione. La sua ricerca di certezze si chiude alla fine del film col tentativo di recuperare il rapporto col suo ex. Dai film di Locarno giungono messaggi di allarme sui destini del mondo e delle nuove generazioni, ma anche la certezza che le soluzioni sono a portata di mano. E una di queste è preservare la nostra sopravvivenza diventando vegetariani come pensava la comunità del Monte Verità e The Vegetarian Chance che è stata costituita qui vicino, a Maggia.