The Vegetarian Chance

So I am living without fats, without meat, without fish, but am feeling quite well this way. It always seems to me that man was not born to be a carnivore."(Albert Einstein) August 3, 1953


1 Commento

FICO: uomo e animali alleati. Ma è davvero così?

L’arte del macello: Im Schlachthaus (Al macello) 1893 Lovis Corinth (1858–1925)

Se ancora non siete stati a FICO potete intanto fruire di una breve visita virtuale per capire cosa esattamente vi aspetta in questo posto, che si autodefinisce “Il più grande parco agroalimentare del mondo”. Non è Disneyland, non l’è l’EXPO, non è un museo, non è un mercato. Vuole essere probabilmente un po’ tutte queste cose. Diciamo che è un progetto principalmente commerciale, ma anche educativo per adulti e bambini. Ed è forse questo l’aspetto più interessante per analizzare la filosofia, che pervade FICO e che avvolge i suoi visitatori. Da vegetariani i primi elementi che cerchiamo sono ovviamente quelli relativi all’ambiente e al rapporto con gli animali. Quest’ultimo è raccontato in modo molto rassicurante e conservativo rispetto alle abitudini dei consumatori. Si riassume molto bene là dove nel capitolo macelleria si legge Coltivare la terra per coltivare la carne. Dunque secondo FICO la carne si “coltiva” come un qualsiasi vegetale grazie alla “mediazione” produttiva degli animali. E coltivare la terra per ricavarne la carne sarebbe una procedura senza controindicazioni per l’ambiente, la salute e l’etica. Come si supera a FICO questo passaggio dimenticando gli allevamenti intensivi e gli spropositati consumi di acqua suolo che li accompagnano? È semplice: mangiando carne buona, quella prodotta da un consorzio e una macelleria virtuosa. Questa è la loro descrizione: Due realtà accomunate dalla cultura del benessere degli animali, ambasciatori della qualità e della salubrità dei prodotti di origine animale………….Gli animali vengono nutriti solo con gli alimenti della terra, creando una catena alimentare virtuosa in cui ogni protagonista fa bene all’altro: la terra, l’animale e l’uomo. Troppo vago per essere credibile. Non si parla di biologico, né di modalità di allevamento, né esattamente di quali siano gli “alimenti della terra” usati come mangimi. Difficile, infine, accettare eticamente l’affermazione che un allevamento per animali destinati al macello faccia bene agli animali. D’altra parte a FICO un macello non c’è e neanche ci può essere perché non sarebbe gradito né ai visitatori, né ovviamente ai produttori. Nella vera Disneyland sono più coraggiosi: lì un casa degli orrori c’è sempre e piace moltissimo…… A FICO non sfuggono, però, al tema del rapporto uomo animali e lo affrontano nello spazio multimediale L’uomo e gli animali. La nascita di una preziosa alleanza. Sul fatto che oggi esista un’alleanza tra uomo e animali è facile nutrire qualche dubbio. Al di fuori degli animali domestici, spesso più che altro terapeuti di esseri umani, è difficile configurare come alleanza la devastazione della fauna marina, delle foreste, delle giungle, l’abulia dei governi verso il cambiamento climatico, la perdita costante di biodiversità e ovviamente gli allevamenti intensivi, crudeli, malsani, immorali e inutili. Eppure della loro visione positiva sul rapporto uomo-animali a FICO sono molto convinti, infatti il testo, che presenta lo spazio multimediale, destinato soprattutto ai bambini, recita così: All’inizio dei tempi erano gli animali a dare la caccia all’uomo, poi l’uomo ha compreso che alcuni  potevano davvero essere preziosi alleati. Nasce così l’arte dell’allevamento per nutrirsi e vestirsi senza dover più cacciare.  E qui il termine “arte” riferito all’allevamento appare davvero molto infelice e mistificatorio. L’alleanza tra uomo e animali ci dev’essere ed è esiziale per la sopravvivenza del pianeta, ma ci vuole davvero un grosso sforzo di fantasia per identificarla con gli allevamenti più comuni: catene di montaggio destinate alla produzione di prodotti animali a basso costo per i consumatori, alti guadagni per i produttori, diffusi danni per la salute e l’ambiente.


1 Commento

Certificazioni problematiche. L’opinione di Daniele Savi

Daniele Savi brinda veg

Riceviamo da Daniele Savi, amico di The Vegetarian Chance, una stimolante riflessione sulle certificazioni, tema di un precedente post. Daniele Savi è oggi un food–explorer, lavora a Londra, dove promuove vino e cibo vegano italiano. Vanta una decennale esperienza di oste-ristoratore e di consulente di backstage-strategy/project manager per PMI dell’italian food. A muoverlo sono sempre l’etica e un approccio olistico e quindi sostenibile.

L’importanza di una certificazione, bio o vegana, è data esclusivamente dalla percezione che quella stessa certificazione riesce a trasmettere al consumatore. Gli stessi ingredienti dichiarati in un prodotto potrebbero avere il loro peso solo nel caso che il lettore dell’etichetta fosse preparato alla comprensione della stessa: niente di più prossimo a un’utopia. Dobbiamo essere coscienti che il processare (assemblare, estrudere, cuocere, etc) gli alimenti è cosa quanto mai complessa, a suo modo “effimera” e, gioco forza, non indicabile in etichetta, né in altro modo. È un circolo vizioso al quale risulta impossibile sottrarsi. Così è pure altrettanto impossibile disporre delle indispensabili informazioni che ci permetterebbero di “entrare” nel prodotto che vorremmo acquistare con la garanzia che possa essere sufficientemente “etico” e “buono” per noi. L’esempio più classico è la pasta di grano duro. Ingredienti: acqua (che sotto ad una certa percentuale può non esser menzionata, e già qui la questione divide piccoli, medi e grandi produttori) e grano duro. Splendido direte voi? È perfettamente vegan e verosimilmente potenzialmente anche biologica. È davvero così? Mica tanto, anzi. Prima di tutto le due certificazioni possono non viaggiare parallele in modo contestuale. Poi io posso produrre in uno stabilimento in cui tratto esclusivamente semole di grano duro e quindi farmi certificare, o autocertificarmi, vegan. Ma la vaexata questio rimane e anzi, si fa ancor più complicata o meglio, indecifrabile. Così criptica da essere difficile da immaginare. Le certificazioni – come del resto ogni “matrimonio”, ovvero l’accomunamento di due obiettivi consimili – non son altro che un ombrello: c’è chi lo usa per la pioggia altri per il sole. Tutto dipende solo da modo di operare del produttore. Dal suo “ethos”, dal suo “ontos”, da quanto ama e rispetta il mondo che lo circonda sia sul piano naturale che su quello sociale. Delle certificazioni vegane condivido i fondamenti e le linee guida. Chi più, chi meno fanno tutte un gran lavoro, ma tanto sono serie e diligenti quanto, per italica sindrome, sono terribilmente “burocraticizzate”. La loro scrupolosità nei dettagli è spesso troppo zelante tanto da farle diventare per nulla cooperative con chi dovrebbero certificare, fino risultare in certi casi vessatorie. E questo mi sembra avvenga non tanto per una reale tutela del consumatore quanto piuttosto per mettersi al riparo da ogni possibile responsabilità, che deriva loro dall’essere ente certificatore. VeganOk (menzionata da Gabriele Eschenazi nella prima versione del suo post e poi cancellata su mio suggerimento), è quell’associazione (a scopo di lucro e di aggregazione di consensi che gravitano esclusivamente attorno al mondo vegan) che NON certifica un bel niente – tanto che, non da molto, per mettersi ai ripari da eventuali critiche, ha scelto di legarsi a BioAgriCert per una reale, ufficialmente riconosciuta, certificazione. Niente di male. Basta saperlo e così sapersi regolare. A quest’associazione va riconosciuto il grandissimo merito di essersi adeguata all’italico DNA e di averne sfruttati al meglio i suoi punti di criticità. Prende per mano il produttore, gli impone dei “dazi” sotto molteplici forme, lo rende consapevole che può AUTOCERTIFICARSI e così assumersi la responsabilità di quanto dichiara. Cioè, se nessuno ti ha mai detto che con i piedi ci puoi anche tirare dei calci ad un pallone tu li userai sempre e solo per camminare. Mica male no?

Daniele Savi


Lascia un commento

Vegetariani: una banca li usa, Giuseppe Cruciani li condanna. Su Rai3 il suo confronto con Pietro Leemann

L’inserzione della banca

Anche un mutuo può essere “vegetariano”. Lo dice in questi giorni una banca in una sua pubblicità stampata a tutta pagina su alcuni quotidiani. Non è la prima volta che un “creativo” prende spunto da un tema di attualità per promuovere un prodotto. In questo caso è interessante, però, capire il perché di questo slogan illustrato con l’immagine di una coppia intenta a tagliare delle verdure. Ai due giovani viene attribuita la seguente affermazione.”Siamo sempre attenti alle nostre scelte: ci informiamo, approfondiamo e poi decidiamo”. Il termine “vegetariano” nel contesto di questa pubblicità viene usato per indicare una persona “consapevole”, che riflette sulle sue scelte. Connotazioni positive, senza dubbio. Un segnale. La percezione del vegetariano sta cambiando: non più solo una persona, che ha compiuto una scelta alimentare stravagante e incomprensibile, ma che può essere esempio di comportamento per tutti in ogni ambito della vita. Di idea diametralmente opposta è il giornalista Giuseppe Cruciani, che da tempo conduce una sua battaglia personale contro i vegani definiti nel suo ultimo libro “fasciovegani”. Cruciani è stato protagonista di un confronto con Pietro Leemann sui Rai 3 sabato 28 ottobre nel programma Chakra condotto dalla giornalista Michela Murgia.  Il servizio reso ai telespettatori da questo programma è stato molto costruttivo. Il confronto “onnivori contro vegani” si ripete sui media e sul web sia perché tocca un tema molto sensibile per tutti come il cibo e sia perché permette di fare audience con confronti sopra le righe come sempre avviene, per esempio, a Porta a Porta.

Giuseppe Cruciani, Pietro Leemann. Michela Murgia a Chakra su Rai3 il 28 ottobre

Nel caso di Chakra invece si sono potute ascoltare le ragioni di tutti con calma anche grazie alle sapienti domande della conduttrice. Persino un provocatore di professione come Cruciani è diventato un “agnellino” e lui stesso se ne è giovato spiegando con calma il suo pensiero contrario a ogni forma di limitazione nelle scelte del cibo, che sia per motivi etici o ambientali o salutistici. L’esatto contrario di quanto affermato da Pietro Leemann che ha una volta di più ribadito i concetti di scelta e consapevolezza insiti nella “filosofia” vegetariana, che ha fatto breccia anche nell’immaginario di una banca. Guardate anche voi questa puntata di Chakra.