The Vegetarian Chance

Nothing will benefit human health and increase chances of survival for life on earth as much as the evolution to a vegetarian diet (Albert Einstein)


Lascia un commento

Cameriere! C’è una mosca nel piatto!

Blatte fischiante del Madagascar, considerate edibili

Blatte fischiante del Madagascar, considerate edibili

Una volta quando un commensale trovava in un ristorante una mosca nel piatto chiamava il cameriere per lamentarsi. A breve questa situazione potrebbe capovolgersi e potrebbe essere il cliente a ordinare una ciotola di mosche disidratate da aggiungere alla sua pietanza. Insetti come nutrimento e persino come leccornia da chef. Se ne è già parlato anche all’Expo e il tema rimane di stretta attualità. Lo ha rilanciato in questi giorni Il Fatto Alimentare, che ha ripreso un documento dell’Istituto Zooprofilattico Sperimentale delle Venezie inerente gli aspetti nutrizionali degli insetti come alimento. Molti i dubbi e gli interrogativi sollevati dall’Istituto, che dice: “Le conoscenze attuali sui possibili rischi legati al consumo di insetti non sono ancora sufficienti a garantire pienamente il consumatore. Si è soliti giustificare a priori il loro utilizzo affermando che il consumo in altri Paesi non ha mai evidenziato particolari rischi. Il problema è capire come sono stati svolti questi studi. Sicuramente la ricerca dei comuni patogeni alimentari è utile per escluderne la presenza e salvaguardare il consumatore, ma studi approfonditi dovrebbero escludere la possibilità che altri microrganismi trovati sugli alimenti possano causare problemi“. Il documento si sofferma poi sul tema degli allevamenti intensivi di insetti, che porrebbero di fatto gli stessi tipici problemi di ogni allevamento o coltivazione intensiva. “Nel caso degli insetti i grandi numeri sono necessari per raggiungere volumi di produzione “interessanti” per il settore alimentare. Il problema quindi non è l’allevamento intensivo in sé, quanto come vengono/verrebbero gestite eventuali lacune nel sistema di biosicurezza. Ci sono alcuni agenti patogeni che sono in grado di decimare – se non annientare – le popolazioni di insetti dell’allevamento con importanti perdite economiche“. Queste problematiche verrebbero gestite come avviene in acquacultura o con il pollame usando gli antibiotici, che poi finirebbero nel nostro organismo. Da non trascurare infine l’impatto ambientale di questi allevamenti. Possiamo immaginare la catastrofe ecologica che potrebbe derivare da una fuga di cavallette nei campi? Più facile sarebbe gestire le deiezioni prodotte in quantità non paragonabili a quelle bovine e usabili come compost. In ogni caso gli allevamenti d’insetti non sono immaginati “biologici”. E dunque quale vantaggio avremmo nel mangiare grilli, cavallette e tarme della farina e magari coleotteri e mosche? Lo sforzo per abituarci a mangiare quello che fino a ieri consideravamo repellente sarebbe inutile. Cercare negli insetti le proteine che già il mondo vegetale ci offre in abbondanza non ha senso. Lasciamo la mosca fuori dal piatto!


Lascia un commento

L’Expo degli insetti, dei coccodrilli, delle zebre e dei piatti non vegetariani

Lasciamo il grillo nei campi

Il grillo: meglio nei campi che nel nostro stomaco

Dopo aver messo a disposizione dei visitatori il panino al coccodrillo e alla zebra nel padiglione dello Zimbabwe adesso l’Expo ha sdoganato anche gli insetti edibili, che si potranno assaggiare nel padiglione del Belgio. Per assaggiare il coccodrillo si sono subito create lunghe code e forse la stessa cosa capiterà per gli insetti. L’industria alimentare si è già mobilitata per renderli appetibili come patatine e inserendoli persino in dolci e biscotti. Incontreranno il gusto dei consumatori? Forse. In entrambi i casi, però, non si tratta di risposte al tema di Expo. Gli allevamenti intensivi dei coccodrilli o delle zebre sono ovviamente inimmaginabili, quelli di insetti sembrerebbero più realistici, ma anche in questo caso c’è da considerare la sostenibilità, che dovrebbe tener conto dell’enorme mole di energia necessaria a produrli, conservarli e trasportarli. Si tratterebbe alla fine di una nuova forma di sfruttamento dell’ambiente. Ma intanto si cerca di conquistare i consumatori col gusto, con la novità, con la stravaganza. E il vegetarianismo continua ad avere poco spazio a Expo. Basta fare un giro dei ristoranti presenti nei diversi padiglioni per rendersene conto. I piatti vegetariani sono pochi e troppo dispendiosi soprattutto in paragone ai piatti di carne o pesce. Ecco alcuni esempi con qualche suggerimento. Il Brasile propone un solo piatto vegetariano a 22 euro (banane, riso, fagioli, voto 5), l’Angola non ne ha nessuno (succo di baobab, voto 8), la Corea del Sud ne ha uno al ristorante (spaghettini di patata dolce con verdure, voto 7) e uno al reparto snack (rotolini con kimchi e verdure, voto 8), l’Austria ha una polpetta di riso con funghi (voto 5), la Svizzera propone i pizzoccheri e la sua meringa (voto 8) l’Olanda propone in uno dei suoi food truck un hamburger alle alghe sostenibili (voto 7, ma caro 9,5 euro), l’Iran ha un solo piatto a basa di melanzane con salsa di sesamo (voto 8, ma caro 12 euro), la Turchia ha una buona scelta di piatti con cereali, legumi e verdure al forno (voto 9), Israele ha i falafel (voto 4) e il tabulè (voto 6), la Germania ha tre piatti vegetariani in menù da 9 a 12 euro (discrete le polpette di zucca e verdure con funghi), ma fa pagare l’acqua 4,5 euro, dal Cile solo carne e succhi di frutta esotica (cirimoia e lucuma, voto 9). Ci si può poi sempre rifugiare nei piatti italiani tipici o nella pizzeria del Biodiversity Park curata dai Alce Nero al padiglione della biodiversità, che garantisce pizza ben lievitata, ingredienti bio, piatti vegetariani in una gustosa picnic box e acqua fredda gratuita. A settembre The Vegetarian Chance proporrà una cena vegetariana nel padiglione di Identità Golose e due dibattiti a tema. Particolari in seguito.