The Vegetarian Chance

So I am living without fats, without meat, without fish, but am feeling quite well this way. It always seems to me that man was not born to be a carnivore."(Albert Einstein) August 3, 1953


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L’opinione di Stefano Bocchi sul glifosato e sulla produzione di alimenti sani

Il Professor Stefano Bocchi con Antonia Klugmann al tavolo della giuria del concorso The Vegetarian Chance 2017

Pubblichiamo un intervento del Professor Stefano Bocchi, giudice al concorso The Vegetarian Chance 2017, Ordinario di Agronomia e Coltivazioni Erbacee presso il Dipartimento di Scienze e Politiche Ambientali a Milano. Il testo è stato scritto per il quotidiano Repubblica, che lo ha pubblicato in versione modificata l’8 dicembre 2017.

Intervengo nel dibattito suscitato dall’articolo della senatrice Elena Cattaneo di venerdì scorso per aggiungere alcuni concetti. Il primo: la problematica della produzione di alimenti sani, garantendone diffusamente l’accesso, nel pieno rispetto delle risorse ambientali e della salute dei viventi, è forse una delle più complesse in assoluto. Al suo interno, si intrecciano gli interessi individuali con quelli dell’intera società, non solo sul piano economico, ma su quello della sostenibilità. Quest’ultima deve essere valutata su quattro assi: economico, ambientale, sociale e di politiche. Le soluzioni che riguardano solo un aspetto, sostenibili non sono. Nel corso degli ultimi 50 anni, il progresso tecnologico, improntato su modelli industriali, ha privilegiato gli aspetti economici. L’ azienda agricola è stata vista alla stregua di un’industria trasformatrice che acquista mezzi di produzione dal mercato e vende prodotti. I risultati di questo modello, per moltissime aziende, sono stati estremamente negativi. Il ricavo dell’agricoltore si è ristretto a circa il 15 % del prezzo che il cittadino paga per un alimento. Sono aumentati i prezzi di sementi, agrofarmaci, concimi e macchine, i cui mercati sono controllati da complessi industriali, spesso extranazionali. Il modello di agricoltura industriale, basato su poche specie coltivate, varietà potenzialmente produttive e intensificazione colturale, che ha permesso aumenti produttivi nei primi decenni, ora fa registrare un rallentamento, mentre si diffondono gli inquinamenti. Per tornare all’articolo della senatrice, le acque della Lombardia risultano contaminate dal diserbante Glifosate e dal suo metabolita AMPA, che superano spesso i limiti di qualità ambientale (ISPRA, 2016). Sono composti dannosi per molte specie viventi, presenti nei nostri corsi d’acqua. Alcuni agrofarmaci, forse non direttamente dannosi per l’uomo, sono fonte di rischio diretto e indiretto per l’ambiente. Se non possiamo ignorare tutto ciò, quali sono le soluzioni? Il controllo chimico delle piante spontanee è solo una delle tante possibilità. Ci sono strategie di controllo meccanico, biochimico, biologico, agronomico e di controllo integrato, come vuole la direttiva 2009/128 CE. Interessi di altri settori hanno condotto l’agricoltore verso l’unico obiettivo della produzione da raggiungere con ricette universali, apparentemente convenienti. L’agricoltura è l’unica attività produttiva che può offrire alla società, oltre alla produzione, servizi di regolazione degli elementi, servizi di carattere culturale e di mantenimento della fertilità dei terreni, di difesa dal dissesto, di cura dei paesaggi: sono i cosiddetti servizi ecosistemici, poco conosciuti e ancor meno valutati nella loro essenza.

In sostanza, se la società moderna deve risolvere il problema della sicurezza alimentare e della salvaguardia delle risorse, non può farlo con paradigmi deboli. Diverse aziende stanno affrontando questi temi. Molte aziende veramente biologiche, al di sopra quindi di furbizie di corto respiro, nel triennio di conversione producono meno, ma, con nuove tecniche agro-ecologiche e avviandosi sulla strada dell’agricoltura multifunzionale, riescono ad assumere un proprio assetto sostenibile. Il ricarico di prezzo che il consumatore si ritrova oggi dei prodotti bio è in minima misura attribuibile all’agricoltore. La rivista scientifica Nature sostiene che modelli di agricoltura come quella bio, spesso descritta come inefficiente, risultano invece oggi più sostenibili. L’azienda agricola del futuro molto probabilmente sarà più autonoma dal mercato, sarà un ambito di riscoperta di valori legati al lavoro sia intellettuale che manuale; sarà un potente sistema di riabilitazione dei paesaggi. Oggi lo scienziato indipendente può affrontare sia problematiche di innovazione di prodotto (es. sementi ecc.), di processo produttivo (es. disciplinari di produzione) e soprattutto di sistema, a partire dai sistemi agro-alimentari locali. Ciò richiede di abbandonare l’approccio riduzionista, focalizzato e specializzato, per impostare le analisi e i progetti in modo sistemico, ampio e interdisciplinare. È questa una delle sfide più interessanti dei prossimi anni, da affrontare per riqualificare per tutti la qualità della vita sul pianeta.


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Glifosato: ISDE risponde a Elena Cattaneo

Monsanto: il più grande produttore mondiale di Glifosato

Dopo che la UE ha prorogato di altri cinque anni l’autorizzazione all’uso del glifosato, il più famoso erbicida del mondo prodotto dall’azienda americana Monsanto, le polemiche divampano. Sul tema si è espressa la senatrice a vita e farmacologa Elena Cattaneo e ISDE Italia, Associazione Medici per l’Ambiente gli ha risposto. Di ISDE fa parte Carlo Modonesi, professore di ecologia umana, amico di The Vegetarian Chance. Il governo italiano ha votato contro il prolungamento dell’autorizzazione, ma la senatrice Cattaneo, che fa parte del principale partito di governo, il PD, è di parere opposto. D’altra in Italia è proprio lei la portabandiera degli OGM che si usano in agricoltura combinati col diserbante glifosato.

Ecco il testo di ISDE

LA SENATRICE-FARMACOLOGA NON SA CHE…….

Non è consuetudine di ISDE Italia (Medici per l’Ambiente) esprimere valutazioni in merito alle dichiarazioni pubbliche di rappresentanti della politica e delle istituzioni. Quando però le dichiarazioni inquadrano i fatti in modo distorto e al tempo stesso pretendono di fornire indirizzi che attengono alla salute pubblica e alla tutela dell’ambiente, l’attenzione di ISDE Italia viene inevitabilmente sollecitata. Il commento a firma di Elena Cattaneo (Gli equivoci sul glifosato), pubblicato il primo dicembre 2017 su Repubblica, elenca una serie di pregiudizi e di semplici opinioni sugli effetti sanitari e ambientali dell’erbicida più diffuso al mondo che non coincidono nel modo più assoluto con le conoscenze attualmente disponibili; il tutto, accompagnato da un concentrato di nozioni sull’agricoltura sostenibile (biologica e biodinamica) che lascia francamente sconcertati. L’innovazione del futuro, sostiene l’autrice, coinciderebbe con l’impiego universale di OGM, capaci di risolvere in un colpo solo la moltitudine di temibili sfide con cui l’agricoltura dovrà fare i conti, dal cambiamento climatico all’erosione della biodiversità, fino alla piaga della denutrizione e chissà cos’altro ancora. Non una parola viene spesa circa la necessità 1) di sviluppare un approccio sistemico nelle policy per l’agricoltura e 2) di implementare un uso sostenibile delle risorse naturali e delle matrici ambientali nelle pratiche agricole. Naturalmente, per quanto discutibili, le opinioni personali sarebbero del tutto legittime se non fossero visibilmente travestite da prescrizioni scientifiche: il commento, infatti, viene firmato dalla senatrice indossando il “camice bianco” (farmacologa è la qualifica che compare in calce oltre a quella istituzionale). Su questo improbabile tentativo di fornire indicazioni corredate di certificazione scientifica è il caso di esprimere più di una perplessità e almeno un chiarimento, al fine di evitare che, nello scorrere il commento, il lettore scambi lucciole per lanterne e abbia la tentazione di prendere sul serio la lunga lista di inesattezze che l’autrice fa proprie. La letteratura scientifica ha cominciato a occuparsi dei danni biologici e sanitari del glifosato alla fine degli anni Settanta, quando la molecola erbicida aveva un mercato marginale e la sua diffusione non era ancora stata ingigantita dalle colture ingegnerizzate per la resistenza ai suoi effetti tossici. Grazie alle prime indagini nord-americane e australiane condotte su organismi impiegati come bioindicatori (gruppi particolari di invertebrati e vertebrati), si cominciò a comprendere che la presunta innocuità del prodotto, propagandata a tambur battente dall’industria, necessitava di una radicale rettifica, soprattutto nei formulati commerciali (come il Roundup) contenenti il surfattante POEA. Da allora, le indagini sui rischi ecologici e sanitari indotti dall’utilizzo sempre più diffuso dell’erbicida sono aumentate esponenzialmente, tant’è che alcuni anni fa il glifosato è entrato nel mirino della commissione IARC (la massima agenzia mondiale per la ricerca sul cancro) deputata a proporre e realizzare, attraverso una lunga e articolata procedura di “candidatura e revisione”, una valutazione dei dati tossicologici ed epidemiologici sulla cancerogenicità del composto. Oggi il glifosato si trova al centro di un’accesa disputa internazionale che vede molti ricercatori e associazioni impegnati a bandirne la commercializzazione e gli usi agricoli ed extra-agricoli, non solo per la sua probabile cancerogenicità umana (linfoma non-Hodgkin) decretata da IARC nel 2015, ma anche per la sua tossicità endocrina, neurologica e riproduttiva, nonché per la sua ben nota ecotossicità.  È evidente che l’eventuale eliminazione del glifosato dal mercato globale dei pesticidi spingerebbe l’industria a sostituirlo con altri prodotti, sulla carta anche più tossici dell’originale. Ma il nodo della questione è proprio questo: il bando del glifosato dovrebbe rappresentare un primo passo verso la progressiva rimozione dei veleni di sintesi dalle pratiche agricole e zootecniche, così come da ogni altro settore in cui i parassiti possono essere controllati con metodi alternativi, non tossici e meno costosi. È difficile capire da dove tragga le informazioni sugli impatti del glifosato la senatrice-farmacologa Cattaneo, certamente non dalla letteratura scientifica indipendente, che sull’argomento specifico è disponibile in quantità. In ogni caso, è poco consigliabile riproporre continuamente, come fonte primaria di dati, il report sui rischi del glifosato prodotto dall’EFSA, in quanto, com’è noto, si tratta in buona parte di un documento copiato da materiali forniti dall’industria, che certamente non rientrano nel novero degli studi scientifici indipendenti. Per concludere, poiché nessuno dubita della buona fede con cui è stato scritto il commento, c’è da dubitare della reale conoscenza degli argomenti cruciali che in esso vengono trattati, sui quali la senatrice-farmacologa continua a dispensare opinioni personali e ricette risolutive del tutto infondate.

5 Dicembre 2017

Associazione Medici per l’Ambiente – ISDE Italia

Via XXV Aprile, 34 – 52100 Arezzo

Tel: 0575-23612 – e-mail: isde@isde.it


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FICO: uomo e animali alleati. Ma è davvero così?

L’arte del macello: Im Schlachthaus (Al macello) 1893 Lovis Corinth (1858–1925)

Se ancora non siete stati a FICO potete intanto fruire di una breve visita virtuale per capire cosa esattamente vi aspetta in questo posto, che si autodefinisce “Il più grande parco agroalimentare del mondo”. Non è Disneyland, non l’è l’EXPO, non è un museo, non è un mercato. Vuole essere probabilmente un po’ tutte queste cose. Diciamo che è un progetto principalmente commerciale, ma anche educativo per adulti e bambini. Ed è forse questo l’aspetto più interessante per analizzare la filosofia, che pervade FICO e che avvolge i suoi visitatori. Da vegetariani i primi elementi che cerchiamo sono ovviamente quelli relativi all’ambiente e al rapporto con gli animali. Quest’ultimo è raccontato in modo molto rassicurante e conservativo rispetto alle abitudini dei consumatori. Si riassume molto bene là dove nel capitolo macelleria si legge Coltivare la terra per coltivare la carne. Dunque secondo FICO la carne si “coltiva” come un qualsiasi vegetale grazie alla “mediazione” produttiva degli animali. E coltivare la terra per ricavarne la carne sarebbe una procedura senza controindicazioni per l’ambiente, la salute e l’etica. Come si supera a FICO questo passaggio dimenticando gli allevamenti intensivi e gli spropositati consumi di acqua suolo che li accompagnano? È semplice: mangiando carne buona, quella prodotta da un consorzio e una macelleria virtuosa. Questa è la loro descrizione: Due realtà accomunate dalla cultura del benessere degli animali, ambasciatori della qualità e della salubrità dei prodotti di origine animale………….Gli animali vengono nutriti solo con gli alimenti della terra, creando una catena alimentare virtuosa in cui ogni protagonista fa bene all’altro: la terra, l’animale e l’uomo. Troppo vago per essere credibile. Non si parla di biologico, né di modalità di allevamento, né esattamente di quali siano gli “alimenti della terra” usati come mangimi. Difficile, infine, accettare eticamente l’affermazione che un allevamento per animali destinati al macello faccia bene agli animali. D’altra parte a FICO un macello non c’è e neanche ci può essere perché non sarebbe gradito né ai visitatori, né ovviamente ai produttori. Nella vera Disneyland sono più coraggiosi: lì un casa degli orrori c’è sempre e piace moltissimo…… A FICO non sfuggono, però, al tema del rapporto uomo animali e lo affrontano nello spazio multimediale L’uomo e gli animali. La nascita di una preziosa alleanza. Sul fatto che oggi esista un’alleanza tra uomo e animali è facile nutrire qualche dubbio. Al di fuori degli animali domestici, spesso più che altro terapeuti di esseri umani, è difficile configurare come alleanza la devastazione della fauna marina, delle foreste, delle giungle, l’abulia dei governi verso il cambiamento climatico, la perdita costante di biodiversità e ovviamente gli allevamenti intensivi, crudeli, malsani, immorali e inutili. Eppure della loro visione positiva sul rapporto uomo-animali a FICO sono molto convinti, infatti il testo, che presenta lo spazio multimediale, destinato soprattutto ai bambini, recita così: All’inizio dei tempi erano gli animali a dare la caccia all’uomo, poi l’uomo ha compreso che alcuni  potevano davvero essere preziosi alleati. Nasce così l’arte dell’allevamento per nutrirsi e vestirsi senza dover più cacciare.  E qui il termine “arte” riferito all’allevamento appare davvero molto infelice e mistificatorio. L’alleanza tra uomo e animali ci dev’essere ed è esiziale per la sopravvivenza del pianeta, ma ci vuole davvero un grosso sforzo di fantasia per identificarla con gli allevamenti più comuni: catene di montaggio destinate alla produzione di prodotti animali a basso costo per i consumatori, alti guadagni per i produttori, diffusi danni per la salute e l’ambiente.