
Il Professor Stefano Bocchi con Antonia Klugmann al tavolo della giuria del concorso The Vegetarian Chance 2017
Pubblichiamo un intervento del Professor Stefano Bocchi, giudice al concorso The Vegetarian Chance 2017, Ordinario di Agronomia e Coltivazioni Erbacee presso il Dipartimento di Scienze e Politiche Ambientali a Milano. Il testo è stato scritto per il quotidiano Repubblica, che lo ha pubblicato in versione modificata l’8 dicembre 2017.
Intervengo nel dibattito suscitato dall’articolo della senatrice Elena Cattaneo di venerdì scorso per aggiungere alcuni concetti. Il primo: la problematica della produzione di alimenti sani, garantendone diffusamente l’accesso, nel pieno rispetto delle risorse ambientali e della salute dei viventi, è forse una delle più complesse in assoluto. Al suo interno, si intrecciano gli interessi individuali con quelli dell’intera società, non solo sul piano economico, ma su quello della sostenibilità. Quest’ultima deve essere valutata su quattro assi: economico, ambientale, sociale e di politiche. Le soluzioni che riguardano solo un aspetto, sostenibili non sono. Nel corso degli ultimi 50 anni, il progresso tecnologico, improntato su modelli industriali, ha privilegiato gli aspetti economici. L’ azienda agricola è stata vista alla stregua di un’industria trasformatrice che acquista mezzi di produzione dal mercato e vende prodotti. I risultati di questo modello, per moltissime aziende, sono stati estremamente negativi. Il ricavo dell’agricoltore si è ristretto a circa il 15 % del prezzo che il cittadino paga per un alimento. Sono aumentati i prezzi di sementi, agrofarmaci, concimi e macchine, i cui mercati sono controllati da complessi industriali, spesso extranazionali. Il modello di agricoltura industriale, basato su poche specie coltivate, varietà potenzialmente produttive e intensificazione colturale, che ha permesso aumenti produttivi nei primi decenni, ora fa registrare un rallentamento, mentre si diffondono gli inquinamenti. Per tornare all’articolo della senatrice, le acque della Lombardia risultano contaminate dal diserbante Glifosate e dal suo metabolita AMPA, che superano spesso i limiti di qualità ambientale (ISPRA, 2016). Sono composti dannosi per molte specie viventi, presenti nei nostri corsi d’acqua. Alcuni agrofarmaci, forse non direttamente dannosi per l’uomo, sono fonte di rischio diretto e indiretto per l’ambiente. Se non possiamo ignorare tutto ciò, quali sono le soluzioni? Il controllo chimico delle piante spontanee è solo una delle tante possibilità. Ci sono strategie di controllo meccanico, biochimico, biologico, agronomico e di controllo integrato, come vuole la direttiva 2009/128 CE. Interessi di altri settori hanno condotto l’agricoltore verso l’unico obiettivo della produzione da raggiungere con ricette universali, apparentemente convenienti. L’agricoltura è l’unica attività produttiva che può offrire alla società, oltre alla produzione, servizi di regolazione degli elementi, servizi di carattere culturale e di mantenimento della fertilità dei terreni, di difesa dal dissesto, di cura dei paesaggi: sono i cosiddetti servizi ecosistemici, poco conosciuti e ancor meno valutati nella loro essenza.
In sostanza, se la società moderna deve risolvere il problema della sicurezza alimentare e della salvaguardia delle risorse, non può farlo con paradigmi deboli. Diverse aziende stanno affrontando questi temi. Molte aziende veramente biologiche, al di sopra quindi di furbizie di corto respiro, nel triennio di conversione producono meno, ma, con nuove tecniche agro-ecologiche e avviandosi sulla strada dell’agricoltura multifunzionale, riescono ad assumere un proprio assetto sostenibile. Il ricarico di prezzo che il consumatore si ritrova oggi dei prodotti bio è in minima misura attribuibile all’agricoltore. La rivista scientifica Nature sostiene che modelli di agricoltura come quella bio, spesso descritta come inefficiente, risultano invece oggi più sostenibili. L’azienda agricola del futuro molto probabilmente sarà più autonoma dal mercato, sarà un ambito di riscoperta di valori legati al lavoro sia intellettuale che manuale; sarà un potente sistema di riabilitazione dei paesaggi. Oggi lo scienziato indipendente può affrontare sia problematiche di innovazione di prodotto (es. sementi ecc.), di processo produttivo (es. disciplinari di produzione) e soprattutto di sistema, a partire dai sistemi agro-alimentari locali. Ciò richiede di abbandonare l’approccio riduzionista, focalizzato e specializzato, per impostare le analisi e i progetti in modo sistemico, ampio e interdisciplinare. È questa una delle sfide più interessanti dei prossimi anni, da affrontare per riqualificare per tutti la qualità della vita sul pianeta.




Nella vera Disneyland sono più coraggiosi: lì un casa degli orrori c’è sempre e piace moltissimo…… A FICO non sfuggono, però, al tema del rapporto uomo animali e lo affrontano nello spazio multimediale L’uomo e gli animali. La nascita di una preziosa alleanza. Sul fatto che oggi esista un’alleanza tra uomo e animali è facile nutrire qualche dubbio. Al di fuori degli animali domestici, spesso più che altro terapeuti di esseri umani, è difficile configurare come alleanza la devastazione della fauna marina, delle foreste, delle giungle, l’abulia dei governi verso il cambiamento climatico, la perdita costante di biodiversità e ovviamente gli allevamenti intensivi, crudeli, malsani, immorali e inutili. Eppure della loro visione positiva sul rapporto uomo-animali a FICO sono molto convinti, infatti il testo, che presenta lo spazio multimediale, destinato soprattutto ai bambini, recita così: All’inizio dei tempi erano gli animali a dare la caccia all’uomo, poi l’uomo ha compreso che alcuni potevano davvero essere preziosi alleati. Nasce così l’arte dell’allevamento per nutrirsi e vestirsi senza dover più cacciare. E qui il termine “arte” riferito all’allevamento appare davvero molto infelice e mistificatorio. L’alleanza tra uomo e animali ci dev’essere ed è esiziale per la sopravvivenza del pianeta, ma ci vuole davvero un grosso sforzo di fantasia per identificarla con gli allevamenti più comuni: catene di montaggio destinate alla produzione di prodotti animali a basso costo per i consumatori, alti guadagni per i produttori, diffusi danni per la salute e l’ambiente.