The Vegetarian Chance

So I am living without fats, without meat, without fish, but am feeling quite well this way. It always seems to me that man was not born to be a carnivore."(Albert Einstein) August 3, 1953


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Cronache veg dal congresso di Identità Golose 2022

Pietro Leemann e Sauro Ricci durante il loro show cooking presentato dalla giornalista Eleonora Cozzella

Ormai immersi da tre anni in un presente a dir poco problematico conviene riporre le proprie speranze negli anni a venire e così ha fatto il congresso di Identità Golose (Milano MiCo Milano 21/23 aprile) dandosi come tema «Il futuro è oggi». Su questa falsariga si era svolto anche il Festival The Vegetarian Chance del 2019 intitolato appunto «Il domani del cibo è oggi». Per quanto ci riguarda avevamo voluto indicare allora nel nostro titolo un percorso lineare per annullare gli effetti dell’emergenza climatica: più dieta vegetariana e vegana, meno consumi di prodotti animali, più agriecologia, meno agricoltura industriale, più difesa della biodiversità, meno deforestazione e consumo di suolo. Il congresso di Identità Golose è stato animato come sempre dal giornalista Paolo Marchi, cofondatore dell’evento con Claudio Ceroni. Da loro l’idea di futuro è stata proposta nelle forme più diverse, a volte anche contraddittorie. Molti cuochi hanno visto la chiave del cambiamento semplicemente in una diversificazione delle ricette o degli ingredienti, ma ce ne sono stati anche altri che si sono spinti più in là con progetti concreti sia sociali che ambientali.
È il caso di Massimo Bottura con il progetto Refettorio pensato con la moglie Lara Gilmore e che in diverse città italiane ed estere distribuisce pasti a migliaia di persone e combatte lo spreco alimentare. Sempre promosso dallo chef modenese è anche il progetto Roots riservato alle donne immigrate sole. «Penso a un mondo dove non c’è bisogno di specificare se chef sia uomo o donna, ma semplicemente una persona di talento; un mondo in cui l’apertura di un Refettorio, non faccia più notizia, ma che l’idea, il seme sia sparso in ogni angolo della terra, affinché il cibo non venga sprecato, e vite non siano sciupate sotto il peso di un’ingiusta distribuzione di risorse. Dove chi arriva da un paese lontano, possa accogliere futuro in grembo, e rinascere in una cucina, come le donne di Roots, emigranti mamme single, e cuoche che ci offrono la possibilità di contaminare le nostre tavole e nutrirci del pane della diversità, la forma di ricchezza più sottovalutata» ha spiegato al pubblico Bottura.

Massimo Bottura con la sua squadra de La Francescana a Identità Golose. Credit: Brambilla/Serrani

Carlo Cracco, Corrado Assenza, Antonia Klugmann e Virgilio Martinez

Del suo impegno nei paesi in via di sviluppo ha parlato Carlo Cracco: «Recentemente con l’Ifad (Investing rural people) sono stato in Sri Lanka a sostegno di un importante progetto rivolto a sostenere le famiglie di agricoltori e le comunità rurali nelle zone più povere. Per due anni era rimasto tutto fermo, si sentivano abbandonati e senza supporto. Non dobbiamo pensare solo ai diritti, ma essere pronti a difendere ciò che è di tutti. Come la terra, appunto, che non può diventare una gara alla conquista». Da tralasciare invece il suo elogio del budino animale, «il piatto con midollo che rappresenta Milano». Confidiamo che nel rappresentare Milano ci si possa riferire a piatti più rispettosi del Pianeta.
Il valore materiale e anche spirituale del suolo e della terra, che ci dà nutrimento sono stati ribaditi da Corrado Assenza: «Io ho bisogno di sentire i profumi, di avere i vegetali tra le mani, essere in pace col creato…per poi poter avere la serenità di cucinare per gli altri», ha detto.
Pace con il suolo, ma anche con gli animali come ci insegna Antonia Klugmann. «È risaputo, dalla mia cucina ho bandito ingredienti quali foie gras, caviale, aragoste, prodotti che nel mio ristorante Vencò non ci sono e io credo che l’ego del cuoco non possa essere più importante dell’ambiente», ha detto la chef triestina, due volte a The Vegetarian Chance: nel 2014 come concorrente e nel 2017 come giudice.

Antonia Klugmann con il professor Stefano Bocchi a TVC 2017 in giuria

Dal Perù un messaggio di amore per la Terra è arrivato da Virgilio Martinez da anni impegnato in Mater, un prezioso censimento degli ingredienti del suo paese. Martinez ha presentato con sua moglie Pia Leòn un suo lavoro sul Macambo, un superfood andino pianta sorella del cacao, della quale utilizza ogni sua parte combinata col melone pepino.
Molto movimentata sul piano vegetale è stata la sala di Identità di Champagne, dove Davide Guidara ha raccontato la sua cucina veg al Therasia Resort a Vulcano (Messina). «Dobbiamo cambiare il nostro background culturale, perché le verdure sono sempre state considerate solo un contorno» ha spiegato proponendo il suo «cardoncello alla brace». All’accoppiata champagne vegetali hanno aderito anche Cinzia de Lauro e Sara Nicolosi di Al Tatto, un intimo bistro vegetariano, che a MIlano sta avendo un meritato successo. Le due cuoche, scuola Pietro Leemann, hanno proposto una versione vegetale del fondo bruno con topinambur tostati e glassa di peracotogna, porro essicato polverizzato, burro di nocciola e aceto di mele per alleggerire e sgrassare. Un esercizio di gusto piuttosto ardito, ma riuscito.

Pietro Leemann e Himanshu Saini

Gli spätzle croccanti di Leemann e Ricci

L’emblema della cucina vegetariana in Italia Pietro Leemann, presidente di The Vegetarian Chance, si è presentato per due volte e sempre in coppia: la prima con il professor Nicola Perrullo, professore ordinario di Estetica all’Università di Scienze Gastronomiche di Pollenzo e la seconda con Sauro Ricci, executive chef del ristorante Joia. «Non facciamo altro che dare enfasi a parole come “esperienza”, “olistico”, adesso dimostriamo tutto questo nel concreto. E più di tutto, per raggiungere il vero risultato, iniziare a cooperare invece di competere», ha detto il professor Perrullo, sintonizzato sulla stessa lunghezza d’onda di Pietro Leemann, da sempre fautore della condivisione e della cooperazione. Il ruolo dello chef, secondo il fondatore del Joia, dev’essere quello di trasferire nell’ospite il senso e il valore di una trasformazione: avvicinarsi a un cibo il più puro e perfetto possibile con la natura, che ne è unica e vera protagonista. Leemann e Ricci hanno poi presentato nella sezione Identità di Pasta degli spätzle croccanti giallo curcuma, ricchi di sapore e ingredienti locali e di stagione. Gli spätzle nella cucina altoatesina e valtellinese sono un contorno alle carni e dunque a parte il burro e il formaggio non vengono dotati di altri sapori. In questo caso invece Leemann e Ricci ha dato nobiltà vegetariana al piatto con verza croccante, bitto, polveri di cavolo nero e rosso, zucca e per completare il tutto poche gocce di olio all’aglio orsino.

Himanshu Saini

Che il futuro sarà vegetariano non poteva venire a ribadirlo a Identità Golose (sezione il Futuro è loro) altro che un indiano, Himanshu Saini, che cucina non per caso a Dubai al Trésind Studio. Himanshu si è infatti proposto di far conoscere al mondo la gastronomia del suo paese, dove circa il 40 per cento della popolazione (1,4 miliardi) non si nutre di proteine animali. A ispirare i suoi piatti è l’Ayurveda, una medicina tradizionale ormai molto nota anche da noi, che al centro della sua concezione ha le nostre energie vitali, i dosha. Da vero ambasciatore culinario Himanshu ha presentato un piatto, dove ha ripreso gli ingredienti di tutte le regioni dell’India, un continente più che una nazione.

Il piatto panindiano di Himanshu Saini

Riso e lenticchie e spezie, erbe e frutti da ogni regione. Ogni sapore può essere avvertito singolarmente, ma anche unito agli altri mescolando. L’effetto è avvolgente senza alcun sapore, che ne sovrasti un altro. Persino il timore per l’annunciato peperoncino più piccante al mondo svanisce in questa sintesi di India. 

La pizza gourmet e veg di Pier Daniele Seu

Pizza Assoluto di tuberi con crema di rapa rossa, patate americane, julienne di carote varie, arachidi tostate, crema di pastinaca, una spolverata di mix spezie “Sud Africa”.

La pizza è forse il piatto italiano che più mette d’accordo onnivori, vegetariani e vegani. Il suo problema è che è molto ripetitiva negli ingredienti. Per un vegano spesso l’unica opzione è la marinara magari con l’aggiunta di qualche verdura alla griglia se il pizzaiolo è benevolo. Per questo c’è da accogliere con piacere Pier Daniele Seu e sua moglie Valeria Zuppardo che nella loro pizzeria di qualità a Roma Seu pizza illuminati, propongono molte pizze a base vegetale. Al congresso di Milano sono riusciti a fare due proposte di qualità che puntano a conquistare il pubblico con un richiamo a gusti molto popolari. La prima è stata la «pizza soffritto», dove carote e cipolla sono aggiunte sottili e croccanti, mentre il sedano è aggiunto alla fine ghiacciato. In questo modo il sapore delle verdure è accentuato e arricchisce la pizza. La seconda è stata la «pizza Spritz» , dove tutto ciò che ricorda questo inflazionato aperitivo è presente in forma adatta a una pizza: le patatine diventano una crema di patate al limone, le arachidi un crumble e lo Spritz un gel. Pizze innovative da un vero cuoco, non più il classico pizzaiolo anch’esso ormai piuttosto annoiato nel suo ruolo ripetitivo.

 


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Capire l’agroecologia in una mostra a MIlano

DI quanto sia importante l’agroecologia ce ne rendiamo conto tutti i giorni quando sentiamo le difficoltà alle quali va incontro l’agricoltura industriale, che nel mondo nutre solo il 30% degli esseri umani (il 70% restante vive di agricoltura locale). Siccità, penuria di fertilizzanti a causa della guerra, desertificazione, impoverimento della biodiversità non sono le cause della crisi dell’agricoltura industriale, ma ne sono il prodotto. Di tutto questo parla la Mostra itinerante sull’agroecologia realizzata dalla Comunità Montana Valtellina di Sondrio e che fa tappa fino al 26 maggio a Milano alla Biblioteca Sormani nella sala del Grechetto. Tutti i miti negativi sull’agroecologia vengono spazzati via da questa mostra. Coltivando in armonia con la natura si può produrre di più e più sano. Si possono preservare gli ambienti con animali e piante autoctone. Si può ritrovare il gusto perduto e originario dei vegetali. Il progetto di questa interessante e istruttiva mostra è del professor Fausto Gusmeroli della Fondazione Fojanini di Studi Superiori di Sondrio nell’ambito del progetto per lo sviluppo sinergico dell’agricoltura biologica in Valtellina e Val Poschiavo, in collaborazione col professor Carlo Modonesi ricercatore di Agroecologia dell’Università Statale di Milano (Dipartimento di Scienze e Politiche Ambientali). Entrambi sono stati ospiti in diverse edizioni del Festival The Vegetarian Chance.
In questo video la mostra è illustrata dallo stesso professor Fausto Gusmeroli.


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Il WWF contro i falsi miti della sicurezza alimentare

Campo di fiori di girasole in Ucraina. La presunta penuria di quest’olio imporrebbe il ritorno all’olio di palma in parte abbandonato per motivi ecologici. di Foto di Munruthel da Pixabay

Il WWF fa chiarezza con un suo decalogo sui falsi miti della sicurezza alimentare. La guerra in Ucraina sta fungendo da volano per allarmi sulla disponibilità di risorse alimentari. Mancherà farina, quindi pane e pasta, mancherà mangime, quindi carne e latticini, mancheranno fertilizzanti quindi vegetali e di nuovo mangimi prodotti in loco: si dice. Aziende che fino a ieri magari dichiaravano di produrre pasta con solo grano italiano si lamentano per la possibile mancanza di materia prima, che invece dovrebbero avere a prescindere. Eppure non c’è solo la guerra a mettere in pericolo la possibilità di sfamarci. C’è anche una persistente siccità, che affligge il Nord Italia da tre mesi, ci sono gelate improvvise o afflussi abnormi di acqua piovana. Traduzione: l’emergenza climatica. È fin troppo evidente che per andare avanti non si possa tornare indietro. A nulla, se non a peggiorare la situazione, può servire inquinare di più per “produrre di più”. Sarebbe invece il caso di accelerare qualche scelta virtuosa che il WWF inserisce nel suo decalogo come per esempio:

1) Consumare meno carne e prodotti di origine animale, che consentirebbe di ridimensionare il comparto della zootecnia intensiva (oggi il 70% della superficie agricola utilizzata in Europa è dedicata a materie prime destinate ai mangimi per la zootecnia intensiva).

2) Cercare il giusto equilibrio tra produzioni locali, diversificate e filiere agroindustriali sostenibili, creando relazioni con reti diffuse di produttori a livello nazionale ed europeo, riducendo la dipendenza dalle importazioni da Paesi extra UE e fissando criteri di sostenibilità ambientale, sociale ed economica nella produzione delle materie prime.

Forse la risposta sarà sempre la stessa e cioè che non c’è tempo, che un cambiamento epocale di questo tipo non è realistico. Ma perché invece sarebbe realistico tornare alle centrali nucleari, che richiedono più di 25 anni per essere messe in funzione? Ed è stato un successo per il clima, la qualità del cibo, la biodiversità il ricorso continuato ed esteso all’agricoltura industriale che ha sopraffatto quella locale in pochi decenni?

Dalla pandemia prima e dalla guerra oggi possiamo uscirne migliori o peggiori dipende dalla lungimiranza di chi ci governa e dal bene che vogliamo a noi stessi, specie umana a rischio.

10 domande e risposte del WWF per sfatarli. La morsa speculativa della crisi alimentare fra emergenza climatica e guerre

Emergenza climatica e guerre: la “morsa speculativa della crisi alimentare”

Le conseguenze della guerra in Ucraina ci ricordano quanto sia fragile la sicurezza alimentare, basata su modelli di produzione agricoli intensivi.
Per fronteggiare la crisi dei mercati in tempo di guerra in molti – fra cui diversi politici – hanno chiesto di aumentare le produzioni cancellando o indebolendo le attuali misure ambientali della Politica Agricola Comune e del Green Deal europeo. Tra le richieste più clamorose troviamo l’abolizione del divieto dell’uso di pesticidi nelle aree di interesse ecologico e l’utilizzo dei terreni a riposo, ovvero di quelle aree meno produttive dal punto di vista agricolo, ma essenziali per la conservazione della biodiversità.
Queste richieste sono irrazionali e controproducenti. La verità è che la produzione alimentare globale è sufficiente per sfamare la popolazione mondiale, ma è attualmente mal utilizzata. I veri rischi alla sicurezza alimentare nel nostro Paese non derivano dal conflitto in corso in Ucraina, ma dalle bolle speculative che condizionano produzioni e mercati a partire dalle crisi finanziarie del 2008 e 2011; a queste si aggiungono le gravi conseguenze della crisi climatica che già pesa in maniera significativa sui sistemi agricoli per effetto della siccità e aumento dei fenomeni meteorologici estremi.
Il WWF, per anticipare il lancio della Campagna Food4Future, che mostra come il nostro futuro e quello del Pianeta dipendano in gran parte dalle scelte che facciamo a tavola e da un sistema alimentare sostenibile, vuole spiegare in maniera semplice le vere ragioni che generano l’attuale insicurezza alimentare e come è più opportuno affrontarla creando un sistema agroalimentare resiliente e equo anche in situazione di crisi.

1. È vero che la guerra ha messo in crisi il sistema agroalimentare italiano?
NO: gli effetti della crisi collegata alla guerra in Ucraina sui sistemi agroalimentari in Italia sono limitati solo ad alcune materie prime che il nostro Paese importa dall’est dell’Europa, in particolare mais e olio di girasole. L’unico settore che avrà delle ripercussioni dirette è quello zootecnico, grande consumatore di mais: in UE il 70% delle materie prime per i mangimi degli animali (fra cui mais) è infatti di origine extra UE. Anche in Italia maggior parte (oltre l’80%) del mais è destinata all’uso zootecnico e solo la restante parte è utilizzata per altri impieghi. Oltre alla perdita del maisucraino (da cui proviene quasi la metà del mais importato in Europa e il 13% di quello importato in Italia), è stato annunciato il blocco delle esportazioni di mais anche dall’Ungheria per tutelare la domanda interna, ma anche per speculazioni finanziarie legate all’aumento dei prezzi sul mercato globale. L’Ungheria con circa il 35% è il principale fornitore di mais per l’Italia. Le importazioni di mais dell’Italia rappresentano poco meno del 50% della domanda interna, in aumento da alcuni anni in conseguenza del crollo delle superfici a mais in Italia. Gli agricoltori italiani hanno, infatti, smesso di produrre mais per la filiera zootecnica per il suo basso prezzo sul mercato, preferendo altre colture in grado di garantire redditi più alti. Il risultato di queste scelte, dettate solo dalla logica del massimo profitto, è la perdita dell’autosufficienza nella produzione di mais in Italia, ridotta in un decennio al 50% del fabbisogno totale.
Anche la filiera dell’olio di girasole (usato per conserve, prodotti da forno, salse, fritture) risentirà degli effetti della guerra, perché l’Ucraina detiene il 60% della produzione e almeno il 75% dell’export mondiale e rappresenta il principale coltivatore di girasoli al mondo. L’olio di girasole può essere però sostituito con altri oli vegetali disponibili sul mercato.

2. È vero che quest’anno avremo carenza di grano e cereali a causa della crisi ucraina?
NO: le aziende agroalimentari italiane importano dall’Ucraina una ridotta quantità di grano, il 5% del proprio fabbisogno, che può essere agevolmente soddisfatto dalla produzione europea di frumento che supera attualmente la domanda interna degli Stati membri dell’Unione. L’aumento del costo del grano, duro e tenero, è in atto da ben prima del conflitto in Ucraina ed è causato da una parte dalle speculazioni finanziarie e dall’altra dalla riduzione delle produzioni in Canada, come conseguenza della siccità che ha colpito il nord America nella stagione 2020-21. Nel 2022 eventuali carenze di grano o altri cereali in Italia potrebbero essere generate dalla grave siccità che sta colpendo il nostro Paese e che avrà ripercussioni sul raccolto di quest’ estate. I Paesi più vulnerabili agli effetti della guerra, per la loro forte dipendenza dalle importazioni di frumento dall’Ucraina e dalla Russia, sono quelli del nord Africa, un problema questo che dovrà essere affrontato dalla FAO, trovando fonti di approvvigionamento alternative. Gli agricoltori dovrebbero preoccuparsi maggiormente degli effetti di medio e lungo periodo del cambiamento climatico, non solo per l’aumento della siccità e della frequenza e intensità degli eventi meteorologici estremi, ma soprattutto per gli effetti ripetuti nel tempo sulle produzioni agricole.

3. Le speculazioni finanziarie stanno condizionando la produzione di materie prime agroalimentari?
SÌ: una delle possibili cause della crisi del settore agroalimentare, determinata dall’aumento dei prezzi delle materie prime, oltre che dei carburanti e dei fertilizzanti chimici di sintesi, è da individuare senz’altro nella speculazione finanziaria. Vi è una differenza sostanziale nella logica d’azione degli operatori commerciali tradizionali da quelli finanziari. I primi prendono le loro decisioni di acquisto e vendita dei “futures”(contratti che stabiliscono l’impegno da parte dei contraenti a vendere e acquistare una certa quantità di merce ad una data futura per un prezzo stabilito) principalmente in base alle previsioni dei livelli di produzione delle materie prime agricole, sulla base degli andamenti della domanda e sulle informazioni relative alla consistenza delle riserve esistenti. Gli operatori finanziari sono guidati, invece, da logiche svincolate dai livelli della produzione agricola, seguendo esclusivamente le intenzioni di vendita o acquisto dei titoli che sono di breve o brevissimo termine. Un aumento del valore dei “futures” induce coloro che li posseggono a ritardarne la vendita per poter realizzare maggiori ricavi in futuro grazie all’aumento dei prezzi. Il risultato complessivo è che i prezzi salgono ancora di più perché l’offerta cala e la domanda cresce, indipendentemente dalla produzione agricola reale, solo per effetto delle strategie di acquisto e vendita dei titoli. Si creano così bolle speculative dove l’andamento dei prezzi delle materie prime non riflette le tendenze reali della produzione agricola, ma segue le transazioni dei relativi titoli finanziari.

4. Le lobby dell’agricoltura convenzionale stanno strumentalizzando la crisi legata alla guerra?
SÌ: le Associazioni agricole a livello europeo e nazionale stanno utilizzando le difficoltà collegate alla guerra in Ucraina, amplificandole, senza vere motivazioni oggettive sostenute da dati che dimostrino il rischio di una reale crisi alimentare nel nostro Paese e in Europa. L’obiettivo è fare pressione sui decisori politici per cancellare o ridimensionare le norme ambientali della nuova Politica Agricola Comune (PAC) e gli obiettivi delle due Strategie UE del Green Deal, “Farm to Fork” e “Biodiversità 2030”. Queste due Strategie dell’UE prevedono, entro il 2030, la riduzione del 50% dell’uso dei pesticidi e antibiotici, la riduzione del 20% dell’uso dei fertilizzanti chimici di sintesi, l’aumento fino al 25% – a livello europeo – della superficie agricola utilizzata (SAU) per l’agricoltura biologica e la creazione di aree destinate alla conservazione della natura nel 10% delle superfici agricole. Sono tutti obiettivi che impattano sugli interessi economici dell’agroindustria, legati alla produzione di pesticidi e concimi chimici, nonché alla produzione agricola intensiva in generale. Per questo motivo, le potenti lobby agricole hanno cercato di ostacolare queste Strategie europee fin dalla loro presentazione ufficiale, il 20 maggio 2020, riuscendo a condizionare la recente riforma della PAC, evitando fino ad oggi di rendere questi obiettivi ambientali vincolanti per gli Stati membri. La nuova PAC contiene, comunque, alcune novità importanti, utili per l’attuazione delle due Strategie UE, tra cui l’obbligo delle rotazioni delle colture e l’obbligo di destinare alla conservazione della natura almeno il 4% delle superfici utilizzate per i seminativi, ma solo per le aziende che hanno una SAU superiore ai 10 ettari. La guerra in Ucraina ha offerto l’occasione per chiedere l’eliminazione di queste norme ambientali della PAC.

5. È importante ridare spazio alla natura nelle aziende agricole?
SÌ: L’agricoltura è il settore economico che più dipende dai “servizi ecosistemici”, ovvero da quella serie di benefici che i sistemi naturali generano a favore delle società umane, come la formazione del suolo, la fornitura di acqua, la regolazione del clima, l’impollinazione e tanti altri. È evidente che molti di questi servizi, che dipendono dalla biodiversità, sono essenziali per garantire la stessa produttività agricola. L’Agenzia Europea per l’Ambiente ha documentato come, per assicurare la stabilità degli agroecosistemi dai quali dipendono tutte le produzioni di cibo e materie prime agricole, sarebbe necessario destinare nelle aziende agricole almeno il 10% delle superfici alla conservazione della biodiversità naturale e dei suoi relativi servizi. Questo obiettivo è stato pertanto inserito nella Strategia Biodiversità 2030 dell’UE, che ha sostanzialmente recepito le indicazioni fornite dalla scienza. Le aree dedicate alla natura nelle aziende agricole non sono aree incolte improduttive, sono invece aree dove si producono e mantengono i servizi ecosistemici indispensabili per l’agricoltura stessa, come nel caso della conservazione degli insetti impollinatori che hanno necessità di queste aree naturali per la loro alimentazione e riproduzione.

6. Il cambiamento climatico sta già influenzando le produzioni agricole?
SÌ: i periodi di siccità prolungata, che riducono i raccolti o fanno aumentare a dismisura i costi di produzione, e l’aumento nella frequenza e nell’intensità degli eventi meteorologici estremi (come alluvioni, grandinate, gelate tardive) impattano direttamente sulle colture agricole in campo. L’ultimo rapporto dell’IPCC (Intergovernmental Panel on Climate Change, il principale organismo internazionale per la valutazione dei cambiamenti climatici) presentato il 28 febbraio 2022 e dedicato agli “impatti, adattamento e vulnerabilità” connessi al cambiamento climatico, identifica quattro categorie di rischi- chiave per l’Europa: 1) maggiore frequenza e intensità delle ondate di calore su popolazioni ed ecosistemi; 2) scarsità della produzione agricola a causa di una combinazione di caldo e siccità; 3) scarsità di risorse idriche nell’Europa meridionale; 4) maggiore frequenza e intensità delle inondazioni. Tre di queste categorie di rischio su quattro hanno impatti diretti e indiretti sulla produzione agricola, già oggi evidenti. Nella scorsa estate, per esempio, il comparto frutticolo italiano ha avuto – a causa del cambiamento climatico – una perdita media complessiva del 27%.

7. Consumare meno carne è un fattore di sicurezza per tutto il comparto agroalimentare?
SÌ: attualmente il 70% della superficie agricola utilizzata in Europa è dedicata a materie prime destinate ai mangimi per la zootecnia intensiva, necessari per sostenere una produzione e una domanda crescenti di carni, salumi, formaggi, latticini, uova e pellami per l’abbigliamento e l’industria manifatturiera. Nonostante l’uso di questa grandissima percentuale di superficie agricola, il mercato delle materie prime destinate alle filiere zootecniche dipende anche, e sempre più, dalle importazioni da Paesi extra UE, rendendosi responsabile della deforestazione e distruzione di ecosistemi nelle aree più ricche di biodiversità del nostro Pianeta, come avviene in Sud America con l’estendersi incessante delle coltivazioni di soia e di pascoli per l’allevamento dei bovini da carne. La zootecnia, inoltre, è la principale responsabile delle emissioni di gas climalteranti da parte dell’agricoltura, dove un ruolo importante lo ha il metano, generato dal metabolismo degli animali allevati e dalla gestione delle deiezioni zootecniche responsabili anche del grave inquinamento da nitrati di suoli e corsi d’acqua. L’Italia importa dall’estero il 90% della soia e il 50% del mais, materie prime utilizzate in larga parte per la produzione di mangimi per la zootecnia. Questa dipendenza dall’estero incide significativamente sui prezzi, che registrano un continuo aumento per tutte le materie prime utilizzate per i mangimi, con rialzi in alcuni casi anche superiori al 100%. L’Europa e con essa l’Italia hanno fortemente puntato sulla zootecnia intensiva attirate dalla maggiore redditività per le aziende agricole. In realtà i margini di guadagno economico per le aziende zootecniche si sono ridotti sempre di più nell’ultimo decennio e la loro sopravvivenza dipende oggi solo dai consistenti sussidi pubblici della PAC dell’UE.
Ridurre la domanda di carne e prodotti di origine animale consentirebbe di ridimensionare il comparto della zootecnia intensiva, con una riduzione del numero di animali per allevamento a favore di una produzione animale più estensiva, basata sul pascolo. La superficie agricola liberata dalle produzioni destinate alla zootecnia potrebbe essere così destinata a produzioni alimentari per uso umano diretto.

8. È corretto sostenere che bisogna intensificare sempre di più le produzioni per aumentare la sicurezza alimentare?
NO: l’agricoltura intensiva, basata sulle pratiche convenzionali dipendenti dagli input chimici (fertilizzanti e pesticidi), motivata dalla massimizzazione dei profitti, promette di “sfamare il mondo” producendo grandi quantità di beni alimentari omogenei (“commodities”) con bassi costi di produzione, in modo che possano essere distribuiti da catene logistiche globalizzate. Questo sistema, apparentemente efficiente, funziona però a scapito dei sistemi naturali – che sostengono tutta l’agricoltura – ed è fortemente dipendente, direttamente e indirettamente, dalle fonti energetiche fossili per la produzione di fertilizzanti chimici e pesticidi, per l’utilizzo dei mezzi meccanici, per le filiere logistiche globali. Di conseguenza, qualsiasi fattore che determini crisi negli approvvigionamenti delle materie prime o comporti un aumento dei costi di carburanti, energia o fertilizzanti chimici, ha ripercussioni immediate sui costi di produzione e sui prezzi di mercato, che condizionano anche l’accessibilità del cibo ad un prezzo equo per tutti i cittadini, in particolare nei Paesi più poveri. L’intensificazione della produzione non è sostenibile nel lungo termine sia per gli elevati impatti sull’ambiente, sul clima e sulla biodiversità, sia per la dipendenza dai mercati globali, resi sempre vulnerabili dalle speculazioni finanziarie basate sulle transazioni a livello internazionale delle materie prime agricole.

9. L’agroecologia propone delle soluzioni praticabili?
SÌ: l’agroecologia è la scienza che applica i concetti e i principi dell’ecologia per progettare e gestire sistemi agro-alimentari sostenibili. È nel contempo una disciplina scientifica, un movimento, un insieme di pratiche che guarda all’intero sistema alimentare, per raggiungere obiettivi di produttività, stabilità, sostenibilità, per costruire nuove relazioni ed equilibri tra risorse naturali disponibili, agricoltura ed esigenze della società. Il WWF promuove l’agroecologia quale pratica che contribuisce a regimi alimentari sani, sostenibili, equi, accessibili, diversificati, stagionali e culturalmente appropriati. Rafforzare la vitalità degli ecosistemi nelle zone rurali, attraverso una rinaturalizzazione delle campagne, una migliore integrazione di zootecnia e agricoltura e una riduzione degli input chimici in campo, consente di creare sistemi produttivi integrati e resilienti, capaci di garantire una migliore sicurezza alimentare in tempi di crisi, così come un’equa redditività agli imprenditori agricoli. L’agroecologia si basa sulle migliori conoscenze scientifiche disponibili e sull’esperienza e competenza degli agricoltori, promuovendo comunità di pratiche innovative e sostenibili. L’attenzione ai sistemi locali riduce la dipendenza dall’importazione delle materie prime agricole e aumenta la resilienza dei sistemi agroalimentari. Nell’approccio agroecologico è importante anche il ruolo della zootecnia sostenibile, all’interno di ogni singola azienda agricola o di un comprensorio territoriale locale, per favorire la vitalità del suolo e la presenza di sostanza organica e incrementare il livello di biodiversità nei sistemi agricoli.

10. È vero che bisogna puntare sulle filiere corte?
SÌ: le filiere corte, basate sulla relazione diretta tra agricoltori e consumatori nei territori, sono un aspetto importante dell’approccio agroecologico, in quanto favoriscono la multifunzionalità delle aziende agricole garantendo maggiori margini economici nel rapporto costi di produzione e entrate derivanti dalla vendita diretta, spesso per prodotti trasformati ad elevato valore aggiunto (conserve, salumi, formaggi e latticini). Le filiere corte possono essere importanti per garantire al sistema agricolo una maggiore flessibilità e una rispondenza alla domanda locale, con una minore dipendenza dalle filiere logistiche globali e dalle importazioni dall’estero delle materie prime, ma solo quando l’azienda agricola è gestita secondo i criteri dell’agroecologia, come nel caso delle aziende agricole biologiche. Tuttavia i sistemi agroalimentari locali a filiera corta non sarebbero mai in grado di soddisfare completamente i fabbisogni alimentari di un Paese con milioni di abitanti, in particolare quando esiste una forte concentrazione della popolazione nelle città lontane dalle aree agricole. È, quindi, necessario ricercare il giusto equilibrio tra produzioni locali diversificate e filiere agroindustriali sostenibili, creando relazioni con reti diffuse di produttori a livello nazionale ed europeo, riducendo la dipendenza dalle importazioni da Paesi extra UE e fissando criteri di sostenibilità ambientale, sociale ed economica nella produzione delle materie prime.
Il governo italiano, fino ad oggi, non ha promosso una vera transizione ecologica della nostra agricoltura, ma, piuttosto, ha accolto le richieste delle associazioni agricole e zootecniche e dei grandi gruppi industriali dell’agrochimica, gli stessi che producono quegli input di sintesi necessari per l’agricoltura convenzionale.
Questa impostazione è stata confermata con la redazione di un Piano Strategico Nazionale (PSN) della PAC post 2022 non adeguato alla transizione ecologica della nostra agricoltura. Una visione che non guarda al futuro della nostra agricoltura che evidenzia una scarsa percezione dei rischi connessi alle crisi ambientali globali. Unica nota positiva della politica agricola del nostro governo è l’investimento sull’agricoltura biologica con un obiettivo al 2030 superiore rispetto alla media europea del 25%, indicato dalle Strategie UE “Farm to Fork” e “Biodiversità 2030”.

FONTE: I falsi miti sulla sicurezza alimentare | WWF Italia