The Vegetarian Chance

Nothing will benefit human health and increase chances of survival for life on earth as much as the evolution to a vegetarian diet (Albert Einstein)


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Meno panini al prosciutto, meno polveri sottili

Foto di ajoheyho da Pixabay

Tra gli effetti collaterali della chiusura di bar, enoteche e ristoranti c’è anche un crollo nella vendita e nella produzione di salumi. In Italia si macellano ogni anno 9 milioni di suini, uno ogni sei abitanti. Macellare questi animali serve a produrre tutti quei salumi che accompagnano abitualmente pause pranzo, merende, aperitivi, antipasti. A casa gli italiani mangiano evidentemente anche cibi diversi dai salumi. E sembra che anche gli acquisti ai banchi dei supermercati e dai salumieri siano in discesa. Secondo Confagricoltura il volume dell’attività dei macelli di suini si è ridotto del 20%, che equivale 25mila maiali macellati in meno ogni settimana. Si tratta di un problema economico per i lavoratori del settore, ma anche di un beneficio per la salute dei cittadini e dell’ambiente. Non a tutti è noto infatti come gli allevamenti intensivi degli animali siano responsabili del rilascio in atmosfera di polveri sottili, che in questi giorni di riduzione del traffico non accennano a scendere come ci si aspetterebbe. Lo ha spiegato Luca Mercalli mercoledì 1 aprile durante il programma Sono le venti condotto da Peter Gomez. Secondo uno studio dell’Istituto superiore per la protezione e la ricerca ambientale (ISPRA), infatti, gli allevamenti sono responsabili del 15,1% del particolato PM 2,5 della penisola. Dunque le mega stalle e la conseguente iperproduzione di reflui inquinano più di automobili e moto (9%) e più dell’industria (11,1%). Negli ultimi sedici anni, il settore allevamenti non ha subito alcun tipo di miglioramento in termini di inquinamento da PM. Mentre, sempre secondo ISPRA è calato il danno prodotto da auto e moto, trasporto su strada, agricoltura, industria e della produzione energetica, al contrario, è aumentato l’inquinamento da riscaldamento (15% nel 2000 e 38% del 2016) e e da allevamenti (dal 10,2% al 15,1% in sedici anni).