The Vegetarian Chance

Nothing will benefit human health and increase chances of survival for life on earth as much as the evolution to a vegetarian diet (Albert Einstein)


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La “carne” vegetale mangerà quote di mercato di quella animale

L’olandese Jaap Korteweg, The Vegetarian Butcher. Agricoltore e allevatore da nove generazioni è passato alla “carne” vegetale e adesso rifornisce in Europa una nota catena di fast food.

Quanto rapidamente potrà crescere il consumo di carne a base vegetale sulla doppia spinta dell’attenzione etica ai consumi e dell’interesse, tutto economico, dell’industria nel proporre le alternative? Le previsioni sono da aggiornare spesso, tanto più quando buttano lo sguardo su traguardi lontani. Non è facile leggere la forza di un’onda da quello che si vede sul filo dell’acqua.

Utilizzando i gelidi occhiali finanziari degli analisti e accettando la sfida di predire il futuro, una grande casa d’affari come JpMorgan Chase – ad esempio – stima che il mercato delle non-carni potrebbe raggiungere i 100 miliardi di dollari fra 15 anni. Più ottimista è Barclays – pure sulle stime dei suoi analisti in “Carving Up the Alternative Meat Market” –  che stima un traguardo possibile a 140 miliardi di dollari già nel 2029 (pari al 10% di quello che sarà il mercato) con una rapida crescita rispetto agli attuali valori di 1,4 miliardi pari all’1% dell’industria globale della carne. Far correre a un tal ritmo il valore delle vendite in dieci anni non è facile anche quando si parte da una piccola quota di mercato. Anche la società di ricerca PreScouter stima nel suo rapporto Meat Alternative 2019 una progressione notevole dell’attenzione generale, vegana e vegetariana in particolare, per prodotti sostitutivi di carne a base vegetale con un sempre maggior utilizzo collegato di altri alimenti come soia, tofu, funghi, lenticchie e frutti. Per l’Italia che ha consumi di carne bovine per circa 6 miliardi di euro, sotto la media Ue per consumo pro-capite, il valore dei prodotti alternativi è per ora poco significativo.

I consumi di carne nel mondo nel 2014. Via: https://www.statista.com/

La grande variabile, negli Stati Uniti e in Europa, è la capacità di trasformare la maggiore attenzione alla salvaguardia del pianeta (l’agricoltura per allevamenti viene ritenuta responsabile di rilevanti emissioni globali di gas serra) in un minor consumo di carne, favorendo un passaggio di gusto non traumatico per chi ha tradizionalmente mangiato alimenti animali. Vanno in questo senso le tante iniziative di flessibilità alimentare offerte nelle stesse catene di prodotti della beef industry che hanno aggiunto opzioni di burger a base vegetale. Il mix non piace a tutti, viene sollevata l’incongruenza dello stesso luogo e piastra di cottura; non è sicuro che la doppia opzione favorirà la transizione ai consumi alternativi. La convivenza negli stessi fast food viene ritenuta un ibrido come il lancio di burger vegetali: Burger King ha recentemente proposto il vegetariano Impossible Whopper con un buon successo nei test effettuati nei punti vendita e JBS, grande produttore di carne bovina, ha commercializzato un hamburger di soia in Brasile.

Segnali – secondo gli analisti – che la produzione di carne per alimenti ha preso atto del cambio di comportamento dei consumatori e tenta di trattenerli puntando sulla doppia opzione nello stesso store. Dall’altra parte i sostenitori della carne alternativa inseguono una somiglianza di forma e di gusto per agganciare prima possibile i consumatori di carne pieni di dubbi. L’evoluzione è chiara, l’accelerazione non è scontata.

Paolo Zucca

Bruce Friedrich è il fautore della strategia di una trasformazione dell’industria della carne piuttosto che di una battaglia frontale contro di essa. Il motivo? La promozione su vasta scala di vegetarianismo e veganismo è difficile e molto lenta. I consumatori non rinunciano facilmente al gusto della carne, ma le loro papille gustative possono essere ingannate più facilmente da una simil carne vegetale, piuttosto che da un piatto di legumi. Rimane il problema della salubrità di questi prodotti processati ad alto contenuto di grassi e altri additivi, ma almeno si apre la strada a una riduzione degli allevamenti intensivi e alle conseguenza sul clima che essi comportano.