The Vegetarian Chance

Nothing will benefit human health and increase chances of survival for life on earth as much as the evolution to a vegetarian diet (Albert Einstein)


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Million Dollar Vegan regala pasti vegetali ai sanitari di Torino

Luca Andrè con Pietro Leemann durante il suo show cooking a TVC 2019 a Torino

Il personale dell’ospedale Molinette impiegato nell’emergenza Covid e gli addetti delle unità mobili e delle task force Coronavirus della ASL città di Torino riceveranno fino al 29 maggio 700 pasti vegani donati dall’organizzazione Million Dollar Vegan, che si propone di far conoscere i benefici per salute e ambiente di un’alimentazione vegetale senza rinunciare al gusto. Il lunch box è infatti stato preparato da Luca Andrè di Soul Kitchen, che ha partecipato all’ultima edizione del festival The Vegetarian Chance, che si è svolto nel capoluogo piemontese nell’autunno scorso. La proposta comprende un piatto unico e un dessert pensato per addolcire le difficoltà. Il 30 maggio l’iniziativa coinvolgerà 50 famiglie vulnerabili del Varesotto in collaborazione con la White Milk Foundation. In questo caso saranno distribuite materie prime con un ricettario per cucinare. Tra i sostenitori di Million Dollar Vegan c’è il dottor Neil Barnard ospite d’onore di The Vegetarian Chance nel 2018 e che a proposito del Covid-19 nel sito scrive: Il coronavirus è un virus animale, introdotto nella popolazione umana attraverso i mercati degli animali. Allo stesso modo i virus dell’influenza A sono propri degli uccelli che sono entrati in contatto con l’uomo attraverso l’allevamento di pollame. Rimuovere gli animali dal nostro “piatto collettivo” avrebbe un un impatto decisivo nel prevenire future pandemie e allo stesso tempo migliorerebbe la nostra salute e il nostro ambiente.


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Pandemie e consumo di prodotti animali: il nesso

Kurt Schmidinger: via futurefood.org

Riportiamo un intervento di Kurt Schmidinger, membro del comitato scientifico della Fondazione Albert Schweitzer per il mondo che ci circonda, e pubblicato nel sito dell’istituzione.

Se si analizzano i dati sull’origine delle pandemie degli ultimi decenni, nonché quelli sull’attuale pandemia di COVID-19 e le previsioni scientifiche per le future pandemie, non si può evitare di trovare dei punti in comune. Quasi tutte le pandemie sono state e saranno originate da prodotti di origine animale o allevamenti di animali destinati al consumo. Così è anche avvenuto per l’attuale pandemia di COVID-19. Da decenni gli scienziati sono concordi sui rischi pandemici che corriamo a causa dell’allevamento industriale o dei mercati della fauna selvatica. Allo stesso tempo, stiamo andando incontro a un secondo probabile fiasco dei nostri sistema sanitari. L’Organizzazione mondiale della sanità (OMS) ha messo in guardia nel 2017 contro l’uso di antibiotici nell’allevamento industriale e il rischio di formazione di germi resistenti a tutti gli antibiotici. Le stime ipotizzano che il 70-80% degli antibiotici sia utilizzato in allevamenti in tutto il mondo, e solo il restante 20/30% nella medicina umana. E tra il 2010 e il 2030 è prevista anche una crescita globale degli allevamenti. Gli antibiotici sono usati come promotori della crescita in molte regioni del mondo. L’esposizione dei batteri a questa somministrazione permanente di piccole quantità di antibiotici favorisce l’adattamento e la resistenza dei batteri.

Tre quarti dei nuovi agenti patogeni provengono da animali
Già 20 anni fa studi scientifici erano arrivati alla conclusione che tre quarti dei patogeni emergenti che minacciano gli esseri umani provengono da “fonti zoonotiche”, ovvero vengono trasmessi dagli animali all’uomo. Nel 2009, l’organizzazione agricola delle Nazioni Unite FAO e l’Organizzazione mondiale per la salute animale OIE hanno confermato questa cifra indicando un’ordine di grandezza del 70%, che per la FAO sarebbe invece già del il 75%. Recenti analisi mostrano che i cosiddetti virus RNA del regno animale costituiscono la maggior parte dei patogeni emergenti per l’uomo. L’influenza aviaria e suina, virus Nipah, Ebola, HIV e altre hanno origini zoonotiche.

Il ruolo centrale della zootecnia industriale
Nel 2008, la FAO ha insistito sul fatto che l’industrializzazione dell’allevamento, in particolare in climi caldi e umidi, che si stanno diffondendo a causa dei cambiamenti climatici, rappresenta un grande pericolo per la proliferazione nuovi agenti patogeni. E più allevamenti significa anche maggiore trasporto di animali e prodotti di origine animale, maggiore mobilità delle persone. Questa combinazione di fattori rappresenta una minaccia per lo sviluppo di pandemie. L‘allevamento industriale è particolarmente pericoloso per lo sviluppo di virus influenzali e altri agenti patogeni. Da una parte, la specializzazione crea nuovi percorsi di trasmissione, ad esempio nell’allevamento di suini attraverso la separazione tra animali in allevamento e quelli a ingrasso. Dall’altra l’elevata densità di allevamento di pollame o suini sono fattori che incoraggiano lo sviluppo di virus. Miliardi di animali in gabbia producono enormi quantità di escrementi, che possono contenere grandi quantità di agenti patogeni e che vengono smaltiti in seminativi o nelle acque sotterranee. Questa è un’altra fonte di infezione, anche per gli animali selvatici stessi. Nonostante si parli di “biosicurezza”, l’allevamento industriale è in realtà completamente aperto all’entrata e all’uscita di agenti patogeni. Dall’esterno arrivano animali da altri allevamenti, vivai o mercati, tutti i mangimi e l’acqua. All’interno si depositano enormi quantità di escrementi. Gli insetti sono altri vettori pericolosi. Sono questi i percorsi degli agenti patogeni da o verso l’allevamento industriale. I dati dell’OIE (World Organization for Animal Health) per la fine del 2005 e l’inizio del 2007 hanno mostrato che la probabilità di focolai di influenza aviaria negli allevamenti di pollame con oltre 10.000 animali era circa quattro volte superiore rispetto alle aziende più piccole e che le vie di trasmissione degli allevamenti industriali erano completamente libere. Considerando tutti i vari possibili percorsi di trasmissione è anche chiaro che la reclusione degli animali non aiuta. Al contrario: l’elevata densità di allevamento degli animali, l’accumulo concentrato di escrementi e l’uso generalmente elevato di antibiotici rendono la zootecnia intensiva con animali bloccati particolarmente problematica.

Mercati di caccia e fauna selvatica
Il fatto che il nuovo virus corona SARS-CoV-2 e quindi l’attuale pandemia di COVID-19 provenga da un mercato faunistico (un cosiddetto “mercato umido”) a Wuhan, in Cina, è attualmente quasi certo. Ancora una volta, l’ingabbiamento di animali e il consumo dei loro prodotti è la causa più probabile di una pandemia che sta mettendo a dura prova la salute e l’economia della popolazione globale. Per quanto riguarda animali selvatici, caccia e deforestazione: studi li hanno identificati come causa di trasmissione di patogeni tra specie diverse.

È impossibile prevedere come saranno i nuovi agenti patogeni
Nonostante il grave impatto sulla salute globale e sull’economia e la crescente capacità di comprensione dei processi coinvolti nell’emergere di nuovi agenti patogeni, non siamo in grado di prevederne le caratteristiche e prepararci preventivamente. Quindi d’ora in poi possiamo solo evitare le cause di nuove pandemie.

La conclusione è una sola: rinunciare all’allevamento industriale e ai mercati della fauna selvatica. Se non ora, quando?

Mentre siamo pienamente impegnati nella lotta contro COVID-19, stiamo già producendo le prossime pandemie e forse anche la fine dell’età antibiotica, con tutte le sue conseguenze sulla salute e sull’economia. Di solito i bambini toccano la stufa calda una volta sola nella loro vita, e allora perché noi come società siamo così refrattari all’apprendimento?

Nessun animale deve più vegetare e morire nell’agricoltura industriale per permettere a noi di poter mangiare succosi hamburger e croccanti bocconcini. Di recente abbiamo avuto sviluppato ottimi prodotti a base di piante. Tra qualche anno avremo anche carne sicura proveniente da cellule animali allevate in laboratorio, senza allevamento industriale, senza trasporto di animali, senza macelli e senza mercati della fauna selvatica. Invece di passare da pandemia a pandemia e provocare la crescita di germi multi-resistenti, dovremmo cogliere le opportunità del 21esimo secolo: il distacco definitivo dall’allevamento industriale e dai mercati della fauna selvatica! Altri motivi per convincerci a questo passo sono il benessere animale, la protezione della foresta pluviale e del clima globale e infine la lotta contro tutte le malattie della civiltà.

Il Dottor Kurt Schmidinger è uno scienziato e geofisico del cibo e dal 1995, quando completò i suoi studi a Graz e a Vienna, lavora a tempo pieno per il benessere degli animali. Nel 2005 ha fondato il progetto Future Food, dedicato alle alternative ai prodotti animali.

 


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Meno panini al prosciutto, meno polveri sottili

Foto di ajoheyho da Pixabay

Tra gli effetti collaterali della chiusura di bar, enoteche e ristoranti c’è anche un crollo nella vendita e nella produzione di salumi. In Italia si macellano ogni anno 9 milioni di suini, uno ogni sei abitanti. Macellare questi animali serve a produrre tutti quei salumi che accompagnano abitualmente pause pranzo, merende, aperitivi, antipasti. A casa gli italiani mangiano evidentemente anche cibi diversi dai salumi. E sembra che anche gli acquisti ai banchi dei supermercati e dai salumieri siano in discesa. Secondo Confagricoltura il volume dell’attività dei macelli di suini si è ridotto del 20%, che equivale 25mila maiali macellati in meno ogni settimana. Si tratta di un problema economico per i lavoratori del settore, ma anche di un beneficio per la salute dei cittadini e dell’ambiente. Non a tutti è noto infatti come gli allevamenti intensivi degli animali siano responsabili del rilascio in atmosfera di polveri sottili, che in questi giorni di riduzione del traffico non accennano a scendere come ci si aspetterebbe. Lo ha spiegato Luca Mercalli mercoledì 1 aprile durante il programma Sono le venti condotto da Peter Gomez. Secondo uno studio dell’Istituto superiore per la protezione e la ricerca ambientale (ISPRA), infatti, gli allevamenti sono responsabili del 15,1% del particolato PM 2,5 della penisola. Dunque le mega stalle e la conseguente iperproduzione di reflui inquinano più di automobili e moto (9%) e più dell’industria (11,1%). Negli ultimi sedici anni, il settore allevamenti non ha subito alcun tipo di miglioramento in termini di inquinamento da PM. Mentre, sempre secondo ISPRA è calato il danno prodotto da auto e moto, trasporto su strada, agricoltura, industria e della produzione energetica, al contrario, è aumentato l’inquinamento da riscaldamento (15% nel 2000 e 38% del 2016) e e da allevamenti (dal 10,2% al 15,1% in sedici anni).