The Vegetarian Chance

So I am living without fats, without meat, without fish, but am feeling quite well this way. It always seems to me that man was not born to be a carnivore."(Albert Einstein) August 3, 1953


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Quanto ci serve la foresta? Le risposte in una mostra alla Triennale di Milano

Un’opera di Bruno Novelli

Proprio in giorni come questi, con la strage di alberi di Milano davanti agli occhi, conviene andare a visitare alla Triennale l’illuminante mostra Siamo Foresta (fino al 29 ottobre) dedicata non sono agli alberi, ma ambienti complessi. Quante volte ci siamo imbattuti negli ultimi anni in campagne per salvare la foresta amazzonica? Molte e ripetute probabilmente. Ma quanto davvero abbiamo capito l’importanza di questa foresta e di tutte le foreste per la nostra sopravvivenza? Poco in generale. Si tratta di un habitat molto lontano da noi, che abbiamo più familiarità con foreste di grattacieli e di nuovi moderni edifici. Ecco perché giunge molto opportuna questa mostra. Già dal titolo si intuisce come la foresta non sia «altro» dagli esseri umani e come quel pronome plurale comprenda tutti gli esseri viventi. La mostra prodotta dalla Fondazione Cartier nasce dalla collaborazione tra due artisti: il francese Fabrice Hyber e il venezuelano Sheroanawe Hakihiiwe.

Un dipinto di Sheroanawe Hakihiiwe

Percorso multisensoriale illuminato tra le piante

Il primo cura da vent’anni La Vallée un’estesa foresta temperata  in Vandea (Francia). Il secondo, originario dell’Amazzonia ha incontrato Hyber nel 2022 in Francia e con lui ha iniziato una collaborazione basata sulla comune passione per l’osservazione e la difesa delle foreste. Dalla loro interazione sono nate alcune opere esposte in mostra proprio all’ingresso. Le tele ci pongono di fronte a un riproduzione meticolosa dei dettagli del sistema foresta con un ricorso all’astrattismo per richiamare tracce e forme di vita animali e vegetali. Il percorso della mostra ci mette in contatto con artisti indigeni (dal New Mexico al Chaco paraguaiano fino all’Amazzonia divisa tra Brasile, Perù e Venezuela), e artisti non indigeni (Brasile, Cina, Colombia e Francia). Il messaggio comune di tutti e dunque quello della mostra è un visione estetica e politica della foresta come una dimensione parallela dove osservare un mondo possibile e diverso da quello governato dall’antropocentrismo. In Occidente abbiamo messo l’uomo in cima al pianeta trascurando gli altri esseri viventi considerati inferiori. Da qui la distruzione della biodiversità e la catastrofe climatica. Guardare alle foreste per fermarci a riflettere è un esercizio salutare. Le società indigene sono da sempre governate dal sano principio che esseri umani, animali e piante siano un tutt’uno inscindibile. Siamo Foresta trae la sua ispirazione da una comune visione estetica e politica della foresta come multiverso egualitario di popoli viventi, umani e non umani, e come tale offre una vibrante allegoria di un mondo possibile al di là del nostro antropocentrismo. Fin dalle sue origini, la tradizione occidentale ha diviso e gerarchizzato gli esseri viventi secondo una scala di valori di cui l’essere umano costituisce l’apice. Questa supremazia antropica ha progressivamente allontanato i popoli della Terra dal resto del mondo vivente, aprendo così la strada a tutti gli abusi di cui la distruzione della biodiversità e la catastrofe climatica contemporanea sono il risultato. La filosofia delle società indigene americane, invece, ritiene che gli esseri umani e i non umani – animali e piante – pur distinguendosi per l’aspetto dei loro corpi, siano profondamente uniti dalla stessa sensibilità e intenzionalità. Per loro, quindi, le comunità antropiche sopravvivono quando accettano il concetto di uguaglianza tra viventi e di un’esistenza fatta di compromessi reciproci nell’interesse comune. La mostra si avvale delle efficaci soluzioni scenografiche di Luiz Zerbini, artista brasiliano, responsabile dell’allestimento. Il messaggio comune degli artisti in mostra è la necessità di ripensare il ruolo dell’uomo sul Pianeta. E sul tema il messaggio più diretto arriva dagli artisti indigeni che provengono dal New Mexico, dal Chaco paraguaiano e dall’Amazzonia (Brasile, Perù e Venezuela): nel loro approccio si immedesimano gli artisti non indigeni provenienti da Brasile, Cina, Colombia e Francia. In tutte le opere si avverte la complessità e la ricchezza dell’ambiente della foresta. La visita è insieme un viaggio e un’esperienza che non lascia insensibili.