The Vegetarian Chance

Nothing will benefit human health and increase chances of survival for life on earth as much as the evolution to a vegetarian diet (Albert Einstein)

Cena veg al Golden Globe: non a tutti è piaciuta

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Zuppa fredda di barbabietole dorate con amaranto e cerfoglio a km 0. Lead image courtesy of Leslie Grow / The Beverly Hilton.

Per la felicità di Joaquin Phoenix quest’anno la cena di premiazione dei Golden Globe è stata interamente a base vegetale così come il buffet messo a disposizione degli invitati. L’iniziativa è partita dalla Hollywood Foreign Press Association con l’intento di lanciare un messaggio sull’emergenza climatica. “La crisi climatica ci sta circondando e stavamo pensando al nuovo anno e al nuovo decennio. Quindi abbiamo iniziato a parlare tra noi di ciò che possiamo fare per inviare un segnale“, ha detto il presidente della HFPA Lorenzo Soria a The Hollywood Reporter. “Non pensiamo che cambieremo il mondo con un solo pasto, ma abbiamo deciso di fare piccoli passi per portare consapevolezza. Il cibo che mangiamo, il modo in cui viene elaborato, prodotto e smaltito, tutto ciò contribuisce alla crisi del clima”. E lo chef ambientalista Matthew Morgan del Beverly Hilton Hotel si è prodigato per non deludere i suoi illustri ospiti. Questo il menu: zuppa fredda di barbabietole dorate con amaranto e cerfoglio a km 0, risotto ai funghi selvatici con cavolini di Bruxelles viola e verdi con carote e germogli di piselli. E per dessert pan di Spagna imbevuto di sciroppo di caffè alla francese.

Joaquin Phoenix

Intorno a questa scelta si è sviluppato un dibattito che ha fatto leva su due classiche motivazioni dei denigratori della cucina a base vegetale. La prima è la mancanza di coerenza: non si può venire a una cena vegana in limousine o con un jet privato. La seconda è la mancanza di libertà di scelta per chi è onnivoro. Tra le voci critiche più note quelle del comico Ricky Gervais e del conduttore radio Mark Simone. Entrambi hanno sottolineato con pesanti ironie l’uso di mezzi di trasporto inquinanti per arrivare alla cena. Un’autorevole risposta non ha tardato ad arrivare e a darla è stata Melanie Joy, psicologa e scrittrice animalista, che dalle colonne del Washington Post ha detto: “È un modo per sparare al messaggero per far sì che non ci si occupi del messaggio”. Joy è nota per aver descritto come la nostra civiltà sia vittima del “carnismo” un sistema di pensiero dominante secondo il quale nutrirsi di carne sia la norma. Sempre sul Washington Post è intervenuta anche Lisa Lange, vicepresidente senior delle comunicazioni per People for the Ethical Treatment of Animals, che ha sostenuto come diventare vegani sia uno dei pochi modi attraverso i quali le persone possono fare qualcosa di concreto per l’emergenza climatica. “Ma è difficile per le persone cambiare le loro abitudini”, ha detto Lange. “È più facile chiedere ai governi di apportare modifiche ed è più facile parlare di chi prende aerei privati”. D’altra parte come sappiamo bene noi in Italia, il veganismo infastidisce perché mette in dubbio tradizioni alimentari storiche e molto radicate. Spiega ancora Lange: “Sei molto legato a ciò che mangi, poi arrivano i vegani ti toccano sulla spalla e dicono: non stai solo partecipando a un’estrema crudeltà verso gli animali, ma anche mandando il pianeta in fiamme”.

Se l’alternativa è tra essere coerenti al cento per cento oppure non cambiare nulla dei nostri comportamenti è ovviamente chiaro che la prima alternativa è la migliore. Anche perché la coerenza è a volte un principio molto scivoloso e che dipende da dove si abita, dai bisogni individuali, dalle informazioni e non ultimo dalle condizioni economiche di ciascuno. Può succedere che, ad esempio, l’alternativa a scarpe di pelle siano scarpe prodotte inquinando e usando manodopera sfruttata. Dobbiamo probabilmente pensare che il percorso verso l’impatto zero e il rispetto del nostro pianeta sia lungo, tortuoso e debba essere compiuto collettivamente con il  rispetto gli uni degli altri

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